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Quanto “costa” la mediazione della Cina in Ucraina

L’ultimo ad averla invocata, anche se questo non è proprio il termine giusto, è stato Antony Blinken. In una recente conversazione telefonica avuta con Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, il segretario di Stato Usa ha invitato l’alto funzionario di...

L’ultimo ad averla invocata, anche se questo non è proprio il termine giusto, è stato Antony Blinken. In una recente conversazione telefonica avuta con Wang Yi, ministro degli Esteri cinese, il segretario di Stato Usa ha invitato l’alto funzionario di Pechino a prendere posizione nel conflitto in Ucraina. In altre parole, gli Stati Uniti hanno chiesto alla Cina – in modo molto indiretto – di scendere in campo, mostrando al mondo intero di essere contro l’operazione militare lanciata da Vladimir Putin. Il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, è stato ancora più esplicito: “Kiev aspetta con impazienza una mediazione della parte cinese per realizzare il cessate il fuoco”.

Considerando che i vari tentativi inscenati da Emmanuel Macron, Recep Tayyp Erdogan e Naftali Bennet non sono fin qui riusciti a portare su più miti consigli Putin, adesso è il turno di Xi Jinping. Il presidente cinese, a differenza degli altri leader, soprattutto quelli occidentali, agirà adottando un modus operandi completamente differente, specchio della cultura politica cinese.

Non a caso, il presidente cinese, in una video chiamata con il francese Macron e il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha dichiarato di essere contro le sanzioni economiche inflitte contro Mosca ma, al tempo stesso, di deplorare la guerra. Insomma, all’orizzonte non c’è stata alcuna presa di posizione netta. Ma qual è allora la vera strategia diplomatica della Cina? E che cosa chiede in cambio il Dragone?

La cooperazione cinese

Mentre Kuleba vive con “cauto ottimismo” la presa di posizione di “rispetto dell’integrità territoriale” da parte della Cina per quanto riguarda l’attacco militare russo – aspettandosi tuttavia segnali più concreti – è bene iniziare a ragionare guardando la crisi con gli occhi di Pechino. Ci sono un paio di elementi da considerare: 1) l’amicizia tra Russia e Cina resta solida come una roccia (parole del solito e attivissimo Wang Yi); e 2) la Cina deplora la guerra.

Queste affermazioni potrebbero sembrare in contrasto tra loro ma in realtà sono complementari. Il senso è chiaro: Xi Jinping accetterà di mediare nella crisi ucraina senza però sacrificare la partnership con Mosca.

Il presidente cinese, quasi circondato da un’aura salvifica, ha iniziato a distribuire consigli all’Europa, chiedendo a Francia e Germania massima moderazione onde evitare una crisi umanitaria su larga scala. Per quanto riguarda la guerra, Xi ha usato il termine “zhanhuo“, traducibile come “fiamme di guerra”.

Dulcis in fundo, il leader cinese ha avanzato una disponibilità dai tratti indefiniti per un “coordinamento” con Francia, Germania e Unione Europea. È facile, infatti, intuire come la crisi ucraina abbia severamente danneggiato gli affari cinesi nell’Est Europa, dove pure scorreva un’arteria della Belt and Road Initiative. E dunque: benissimo l’asse con la Russia nel tentativo di creare un blocco alternativo al fronte occidentale a trazione statunitense, ma entro certi limiti.


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Il prezzo da pagare

La Cina, quindi, si è detta pronta e disponibile a mediare. Al netto dell’eventuale reazione di Putin di fronte ad un “richiamo” amichevole di Xi (lo ascolterà o farà finta di niente?), Unione europea e Stati Uniti dovrebbero iniziare a mettere in conto le possibili richieste di Pechino. Sia chiaro: i cinesi hanno il massimo interesse nel far rientrare le tensioni internazionali, ma niente può essere considerato gratis.

Xi non affronterà mai l’intera questione come se fosse d’innanzi a una trattativa, nell’ottica di un dare per ricevere qualcosa. È però plausibile che il leader cinese si aspetti delle garanzie, nonché un’enorme pulizia dell’immagine cinese. A maggior ragione nel caso in cui la mediazione di Pechino dovesse rivelarsi decisiva ai fini di un cessate il fuoco.

Per quanto riguarda l’Ue, ricordiamo che tra Pechino e Bruxelles c’è ancora in ballo il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), ovvero l’accordo globale sugli investimenti reciproci al momento congelato. L’intercessione del Dragone a Kiev potrebbe accelerare le pratiche, o quanto meno convincere l’Unione europea a dare il suo assenso. Diverso il discorso con gli Stati Uniti, che la Cina ritiene di fatto all’origine del caos scoppiato in Ucraina. Per risultare una potenza responsabile agli occhi del mondo, il gigante asiatico potrebbe però lavorare sui dazi, magari spingendo per un alleggerimento. Nelle relazioni internazionali, così come nella vita reale, niente è gratis.





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