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Storia

Kiev nel 2022 come Praga nel 1938: Zelensky usa la storia contro Putin

Ha fatto molto parlare negli ultimi giorni l’assiduo riferimento di Vladimir Putin al profondo vissuto della storia russa nel motivare l’avanzata strategica di Mosca nel confronto strategico in Ucraina. Il riconoscimento delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk è stato...

Ha fatto molto parlare negli ultimi giorni l’assiduo riferimento di Vladimir Putin al profondo vissuto della storia russa nel motivare l’avanzata strategica di Mosca nel confronto strategico in Ucraina. Il riconoscimento delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk è stato inserito dal presidente russo in un’ampia e complessa lezione di storia che ha richiamato al legame ancestrale tra Russia e Ucraina. Il leader russo non vuole essere ricordato come il primo capo di Stato del Paese ad aver perso l’Ucraina dopo secoli di legami diretti o indiretti con la madrepatria, e ha indorato la pillola rivendicando di aver rafforzato la relazione speciale con Donetsk e Lugansk in nome di una comune identità.

Da Vladimir I e il Rus’ di Kiev a Lenin, dai cosacchi del Don al braccio di ferro Russia-Nato, sullo sfondo delle parole di Putin viaggiano storie e nomi che richiamano a legami antichi, all’era degli Zar, al continuum della storia. Ma nella “guerra” dialettica tra Mosca e Kiev Putin non gioca da solo. Anche Volodymir Zelensky ha nel suo discorso simbolo delle ultime settimane, quello con cui ha parlato alla 58esima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, fatto continui riferimenti sistematici alla storia per suffragare la sua visione secondo cui l’Ucraina sarebbe posta sotto assedio e minacciata di guerra dalla Federazione Russa.

Il 19 febbraio scorso Zelensky ha parlato a Monaco, città che non ricorda solo il celebre appuntamento tra i decisori securitari d’Europa e Occidente, ma anche la Conferenza del 1938 che di fatto aprì la strada alla seconda guerra mondiale impostando un illusorio processo di pace ma portando al sacrificio della Cecoslovacchia, di fatto consegnata a Adolf Hitler da Francia, Italia e Regno Unito. E proprio con l’espressione appeasment, con cui Neville Chamberlain, ai tempi premier di Sua Maestà, celebrò l’abboccamento con la Germania nazista Zelensky ha etichettato in continuazione il processo di dialogo dell’Occidente con Mosca. Logico sillogismo, quello che l’ex comico divenuto presidente ha in mente: l’Ucraina del 2022 è la Cecoslovacchia del 1938, Vladimir Putin è il nuovo Adolf Hitler, il Donbass che Mosca ha proditoriamente strappato alla disponibilità di Kiev sono i moderni Sudeti.

“Potevano scegliere tra il disonore e la guerra, hanno scelto il disonore ed avranno la guerra”, disse Winston Churchill a Neville Chamberlain ai Comuni nel 1938. “Abbiamo i crimini di qualcuno e l’indifferenza degli altri. E l’indifferenza rende complici”, dice oggigiorno Zelensky. A Monaco nel 1938 di fatto, credendo di fare l’opposto, i leader europei diedero via libera a Hitler per l’aggressione a Cecoslovacchia prima e Polonia poi. E sempre a Monaco, ricorda simmetricamente Zelensky, “quindici anni fa la Russia ha annunciato la sua intenzione di sfidare la sicurezza globale. Cosa ha detto il mondo? Appeasment. Il risultato? Come minimo, l’annessione della Crimea e l’aggressione al mio Paese”

“A cosa portano i tentativi di appeasment?”, si chiede retoricamente il capo di Stato. “A trasformare la domanda “Perché morire per Danzica?” nella necessità di morire per Dunkerque e altre dozzine di città in Europa e nel mondo. Al costo di decine di milioni di vite”. Un monito severo che intende trasformare l’Ucraina nel vero antemurale d’Europa. C’è tutto nel discorso di Zelensky. Il ricordo degli “errori del XX secolo”, che l’Ucraina ha pagato tragicamente. Terra di combattimento nella Grande Guerra, nella guerra civile russa, nella seconda guerra mondiale. “Terra di sangue” in cui le repressioni di Hitler e Stalin si sono sommate. Area di sdoganamento del temibile genocidio dell’Holodomor, la carestia di inizio Anni Trenta che ha guastato, forse per sempre, le relazioni tra Russia e Ucraina.

Ritorna, inoltre, una retorica europeista molto chiara e con toni da Guerra Fredda, se non da scontro di civiltà: l’Ucraina “scudo d’Europa” si presenta come antemurale contro il “Grande Oltre”, l’Oriente barbaro e nemico, rappresentato dalla Russia. Putin oggi come i Mongoli e i tatari otto secoli fa. Kiev ieri come oggi presentata come il non plus ultra oltre cui l’Europa non può spingersi e da cui prescinde per la sua sicurezza. Come se la storia fosse un grande deja-vù. Putin e Zelensky hanno saputo toccare le corde più profonde dell’immaginazione dei loro compatrioti. Utilizzando la storia come arma politica per giustificare le scelte del presente. Una smentita della profezia di Fukuyama, l’ennesima, sul campo nel cuore del mondo globalizzato e virato dalle crisi sistemiche che lo perturbano. In cui il riferimento al passato diventa per i decisori guida indispensabile per raccapezzarsi nel presente.





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