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Guerra

Sanzioni in arrivo e petrolio in rialzo: gli effetti della lunga nottata ucraina

La nottata, quella più lunga per la crisi ucraina, è passata. Una nottata vissuta con stati d’animo diversi nei vari territori coinvolti. A Donetsk sono apparsi anche i fuochi di artificio in cielo mentre la gente festeggiava il riconoscimento dell’autoproclamata...

La nottata, quella più lunga per la crisi ucraina, è passata. Una nottata vissuta con stati d’animo diversi nei vari territori coinvolti. A Donetsk sono apparsi anche i fuochi di artificio in cielo mentre la gente festeggiava il riconoscimento dell’autoproclamata Repubblica separatista da parte di Mosca. A New York invece al Palazzo di Vetro, dove si è svolta una riunione di emergenza del consiglio di sicurezza dell’Onu, i vertici diplomatici dei Paesi occidentali hanno espresso tutta la loro preoccupazione per le ultime mosse del Cremlino. Ore frenetiche, in cui gli uffici delle varie cancellerie internazionali sono rimasti con le luci accese fino a poco prima dell’alba. Quando la mattinata ha iniziato ad affacciarsi, a Mosca come a Kiev, così come nelle capitali europee, il “day after” ha preso la forma di una calma apparente. Una “tregua” fisiologica dopo un rapido susseguirsi di novità, reazioni e notizie. Una tregua che sullo sfondo però nasconde nuove tensioni e nuovi pericoli.

Le reazioni internazionali alla mossa di Putin

Al Cremlino, passate le ore contrassegnate dal discorso di Vladimir Putin e dal riconoscimento formale delle repubbliche separatiste del Donbass, è già tempo di nuovi cerimoniali e nuovi incontri. Di primo mattino alle porte della sede della presidenza russa è arrivato il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev. È previsto un incontro con Putin, una sorta di “chiamata a raccolta” di alcuni leader dello spazio ex sovietico secondo alcuni ambienti diplomatici. Ma ovviamente anche a Mosca a dominare la scena sono le ultime notizie relative all’Ucraina. Nella capitale russa si aspettano da un momento all’altro gli annunci delle sanzioni a seguito del riconoscimento del Donbass. E in effetti da Bruxelles l’alto rappresentante della politica estera Ue, Josep Borrell, ha già fatto presente che nel pomeriggio la strada delle sanzioni sarà messa nero su bianco dai rappresentanti dell’Unione Europea. Un’affermazione a cui si sono accodati, via via, tutti i leader del Vecchio Continente.

Dalla Francia alla Germania, passando anche dall’Italia per bocca del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è stata espressa la volontà di accelerare sulle sanzioni. Da Budapest anche il premier ungherese Orban ha fatto sapere di sposare la linea dell’Ue. Tra i primi a parlare di sanzioni già durante la scorsa notte è stato il primo ministro britannico Boris Johnson, il quale poi in mattinata, al termine della riunione del comitato per le emergenze, ha accusato Putin di “aver ucciso il diritto internazionale” e ha fatto riferimento a una “raffica di sanzioni” in arrivo. A Washington è ancora notte, ma la Casa Bianca ha fatto sapere della firma apposta da Joe Biden al primo documento in cui si cita la parola sanzioni. Si tratta di un provvedimento dove è stato vietato ai cittadini Usa di effettuare investimenti nel Donbass. Da Pechino si predica invece calma. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha parlato con il segretario di Stato americano Antony Blinken e ha invocato il rispetto di “tutte le legittime preoccupazioni in materia di sicurezza di qualsiasi Paese”, puntando il dito contro la “tardiva applicazione” degli accordi di Minsk del 2014.

Il nervosismo del mercato, petrolio schizza alle stelle

Ma non sono soltanto i palazzi della politica in fibrillazione. Anche le borse stanno pesantemente risentendo delle nuove tensioni tra Russia e Ucraina. Ne sanno qualcosa proprio in estremo oriente, per ragioni di fuso orario la prima regione a sperimentare il nervosismo dei mercati dopo la convulsa nottata appena trascorsa. Da Tokyo a Shangai, passando per Seul e Hong Kong, il segno rosso ha caratterizzato l’andamento di tutte le contrattazioni. Anche a Mosca borsa giù mentre le anticipazioni per le sedute europee non fanno ben sperare. Il prezzo del petrolio ha sfiorato in mattinata quota 100 Dollari al barile. Per il momento è fermo a 97, ma la corsa al rialzo è destinata a proseguire.

Dagli Usa possibili sanzioni meno gravi del previsto

Le sanzioni a breve arriveranno anche dagli Stati Uniti. Ma, è la voce circolata nelle ultime ore tra i corridoi diplomatici, dovrebbero essere meno gravi rispetto a quanto preventivato alla vigilia. Il motivo è molto semplice: anche se Washington ha condannato il riconoscimento russo delle due repubbliche separatiste, con Blinken che ha parlato di “attacco alla sovranità e all’integrità territoriale ucraina”, la Casa Bianca non ha considerato le ultime mosse di Mosca come una vera e propria “invasione”. La presenza cioè di truppe russe nel Donbass, inviate dal Cremlino dopo il riconoscimento delle entità separatiste, non avrebbe i connotati di un’invasione o comunque di un’operazione di occupazione a largo raggio del territorio ucraino per come prospettata e paventata nelle settimane precedenti. Inoltre, hanno fatto notare fonti della Casa Bianca al Washington Post, le forze russe nel Donbass sono presenti dal 2014 e dunque quanto avvenuto ieri sera non ha rappresentato una novità. Da qui la possibilità di sanzioni più blande rispetto al previsto e rispetto a quelle annunciate in caso di operazioni militari russe in Ucraina.

Primi passi formali a Donetsk e Lugansk

Hanno fatto il giro del mondo le foto di Vladimir Putin intento a firmare i documenti in cui viene riconosciuta l’indipendenza delle due repubbliche separatiste del Donbass. Ma quello, a livello puramente formale, è stato il primo passo. La palla, subito dopo, è passata alla Duma, la Camera bassa del parlamento russo, e alle istituzioni delle autoproclamate repubbliche riconosciute. Ufficialmente la federazione russa ha avviato un trattato di amicizia e cooperazione con Donetsk e Lugansk. Un atto che ha poi permesso il dispiegamento di truppe russe nelle regioni coinvolte nell’ambito di una missione di peacekeeping. I documenti però, secondo l’ordinamento della federazione, devono essere approvati anche dal parlamento. Così è stato. La Duma, riunita in sessione straordinaria, ha ratificato il trattato di amicizia e cooperazione facendo quindi entrare in vigore le disposizioni di Putin.

Passi formali che sono stati svolti anche nelle città che ospitano i governi appena riconosciuti da Mosca. A Lugansk il testo è arrivato in nottata ed è stato velocemente esaminato dal locale consiglio del popolo, l’organo legislativo della Repubblica separatista. I deputati hanno approvato il trattato su cui, secondo quanto reso noto dall’agenzia Tass, intorno alle 10:00 il presidente Leonid Pasecnik ha apposto la firma definitiva. Poco dopo, intorno alle 11:00, stando sempre alla ricostruzione della Tass, il leader della Repubblica di Donetsk, Denis Pushilin, ha anch’egli firmato il trattato.

Sul dispiegamento di truppe nel Donbass intanto, è da registrare una dichiarazione del vice ministro degli Esteri russo, Andrei Rudenko. Quest’ultimo ha dichiarato che per il momento non è previsto alcuni invio di soldati e che la missione approvata ha solo carattere di peacekeeping: “In caso di minaccia – ha affermato ai media russi – allora forniremo assistenza in accordo con i trattati ratificati”.





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