Alla seconda settimana dall’inizio della protesta, c’è un’escalation nel blocco effettuato dai camionisti canadesi, contro l’obbligo vaccinale imposto dal governo Trudeau in Canada. Non solo viene mantenuto un forte presidio nella capitale Ottawa, ma è stato bloccato anche uno dei principali valichi di frontiera fra Usa e Canada, il Ponte Ambassador, che collega la provincia canadese dell’Ontario con Detroit, il grande centro industriale del Michigan. Si tratta di un ponte più che strategico per l’economia canadese, da cui transita, ogni anno, circa il 30% del commercio con gli Stati Uniti. Un altro valico di frontiera, quello che collega il Montana con l’Alberta è stato occupato, poi pacificamente sgomberato dalla polizia e occupato ancora.
Come è stato possibile arrivare ad azioni così eclatanti? La protesta dei camionisti canadesi inizia con l’estensione dell’obbligo vaccinale anche ai lavoratori transfrontalieri. La prima serie di norme impositive è stata introdotta, dal governo laburista (guidato dal Liberal Party di Justin Trudeau), alla fine di ottobre 2021, per tutti i lavoratori pubblici e per chi (se ha più di 12 anni) viaggia su mezzi pubblici a lunga percorrenza. L’estensione dell’obbligo per i transfrontalieri è giunta il 15 gennaio, con l’imposizione del pass vaccinale a chiunque voglia passare il confine, dunque anche i camionisti che quotidianamente vanno e vengono dagli Usa.
I camionisti nordamericani non protestano tanto per se stessi, quanto per una questione di principio. Secondo il sindacato Alleanza canadese degli autotrasportatori, infatti, l’85% della categoria è vaccinato (dato del 15 gennaio). La restrizione imposta al confine, dunque, riguarda una minoranza esigua dei 120mila lavoratori soggetti all’obbligo. Viene contestata la violazione della Carta dei Diritti e delle Libertà canadese, che difende il diritto di libertà di movimento.
Nonostante tutto, decine di migliaia di operatori del settore si sono organizzati con una protesta ad alto tasso di spettacolarità: una carovana di camion, il “Freedom Convoy” (convoglio della libertà) che ha attraversato il Paese dal 23 al 29 gennaio prima di approdare ad Ottawa, di fronte al parlamento, dove tuttora staziona. Mentre migliaia di camion, decine di migliaia di persone e altri movimenti di solidarietà anche all’estero stanno occupando le vie centrali di altre città, fra cui Vancouver, Regina, Calgary, Edmonton e fino alla settimana scorsa anche Quebec City.
Come mai una protesta di un settore così piccolo ha trovato così tanta eco? Il Freedom Convoy è considerato frutto della mente di James Bauder, un contestatore sia del vaccino che delle politiche anti-pandemiche canadesi. Ma Bauder e il suo movimento, Canada Unity, non ha mai raggiunto una simile massa critica. Il successo della protesta dei camionisti non è neppure dovuto al sindacato, che si è dissociato dall’organizzazione. Nell’era dei social, la protesta ha raggiunto subito dimensioni nazionali perché è stata intercettata e rilanciata da influencer veramente potenti del mondo conservatore statunitense, letti e seguiti in tutta la anglosfera. La raccolta fondi a favore dei camionisti, lanciata sulla piattaforma statunitense GoFundMe, è stata sponsorizzata da conduttori di successo del calibro di Glenn Beck e Ben Shapiro. E ha avuto da subito il plauso di alcuni dei più influenti politici del Partito Repubblicano, quali Ron De Santis (governatore della Florida), il senatore ed ex candidato presidenziale Ted Cruz (Texas) e Mike Huckabee, vecchio leader della destra religiosa.
In ambito imprenditoriale, i camionisti hanno subito trovato un sostenitore anche in Elon Musk (Tesla e SpaceX) che con il suo solito metodo, tweet seriali, ha sostenuto la loro causa. Anche nel mondo evangelico si sono alzate voci a favore della protesta, come quella del pastore Franklin Graham: “Io amo quei ragazzi (i camionisti canadesi, ndr) che si battono per la libertà”. I conservatori americani vedono, nella protesta “grassroot” un modello per quel che potrebbero organizzare anche negli Usa stessi, contro le politiche anti-pandemiche volute da Joe Biden. Il Canada, in un certo senso, sta funzionando da “laboratorio”. Non per caso, movimenti anti-statalisti come il Tea Party statunitense, sono attualmente fra i maggiori finanziatori della causa dei vicini di casa.
Ma a galvanizzare ulteriormente la protesta è stato anche l’atteggiamento del premier Justin Trudeau. Ha sempre rifiutato il dialogo con i manifestanti. All’arrivo della manifestazione a Ottawa, è stato portato, assieme alla famiglia, in una località segreta, come in tempo di guerra. È risultato irrintracciabile per una settimana filata, prima di comparire di nuovo di fronte all’aula parlamentare per accusare i manifestanti di essere un pericolo per la democrazia. Non ha mai voluto il dialogo con i camionisti, in compenso li ha definiti “piccola minoranza con idee inaccettabili”, portatori di una causa “contraria alla scienza e alla pubblica quiete”.
Per combattere contro i blocchi, le autorità canadesi non hanno reagito con l’uso diretto della forza, ma hanno optato per una strategia di contro-assedio. A Quebec City la polizia ha fatto sloggiare i picchetti di camion tagliando loro ogni canale di rifornimento. Anche a Ottawa (dove il tribunale locale ha imposto il divieto di suonare i clacson per dieci giorni) la polizia ha sequestrato il deposito di carburante, ispeziona continuamente i documenti dei manifestanti ed effettua arresti sulla base di non specificate accuse di danneggiamento alla proprietà privata. Chiunque porti carburante o generi di conforto ai camionisti è passibile di arresto, stando a quanto minaccia la polizia.
La strategia di contro-assedio non è solo sul terreno, ma, ovviamente, anche sul Web. La piattaforma GoFundMe, statunitense, su cui i camionisti avevano raccolto i fondi per la loro organizzazione, ha congelato 10 milioni di dollari canadesi, con una decisione che l’imprenditore Elon Musk ha definito un “furto”. Anche la politica statunitense si è mobilitata: Ron De Santis e Ted Cruz hanno minacciato di aprire inchieste giudiziarie sulla piattaforma, soprattutto dopo che un suo portavoce aveva reso pubblica l’idea di destinare quei 10 milioni donati a “enti caritativi di nostra scelta”. Idea che poi si è trasformata in una promessa di restituzione del denaro ai donatori. Il Freedom Convoy si è comunque rivolto ad un’altra piattaforma, la GiveSendGo, che già aveva aiutato i conservatori americani a raccogliere fondi per la difesa legale di Kyle Rittenhouse (poi assolto per legittima difesa, in un processo in cui era accusato per l’uccisione di due militanti antifa. Che stavano tentando di linciarlo). Sulla nuova piattaforma, il Freedom Convoy ha già raccolto 4,7 milioni di dollari.
Il fronte politico canadese non è compatto neppure nella stessa maggioranza. Intanto ci sono le prime province canadesi che stanno tornando sui loro passi per quanto riguarda le rigide politiche anti-pandemiche. L’Alberta è stata la prima ad annunciare un piano per allentare le restrizioni. Il premier locale Jason Kenney ha disposto, da martedì, che i cittadini possano tornare nei ristoranti liberamente e frequentare luoghi pubblici per l’intrattenimento senza mostrare il loro pass vaccinale. Segue a ruota il Quebec francofono, dove il premier François Legault ha annunciato una graduale riapertura di uffici, negozi, bar e luoghi pubblici, da qui al 14 marzo, mentre da subito viene rimosso il limite legale di persone che possono recarsi in visita da un amico o parente in casa sua. La provincia del Saskatchewan rimuoverà il pass vaccinale per i luoghi di lavoro e i luoghi pubblici dal 14 febbraio. Ma anche all’interno dello stesso partito di Trudeau ci sono le prime defezioni, quantomeno i primi dubbi. Come quelli espressi dal parlamentare Joel Lightbound che chiede una fine graduale delle misure più dure e la cessazione di queste “politiche divisive”.
Un successo dei camionisti canadesi, se dovessero riuscire a far cambiare rotta al Paese, sarebbe seguito inevitabilmente da un grande effetto imitazione anche in altri Stati, soprattutto nella anglosfera, ma anche in Europa continentale. Il 14 febbraio è prevista una manifestazione analoga nel vecchio continente: convogli simili a quello canadese si stanno organizzando per calare su Bruxelles da tutti e 27 gli Stati membri, Italia inclusa. In Australia e in Nuova Zelanda, i movimenti contro il lockdown sono già sul piede di guerra. Ma è soprattutto negli Usa che si prepara il movimento maggiore. D’altra parte, come abbiamo già visto, il Canada sta funzionando come un grande “esperimento” sociale, dal vivo, per i conservatori statunitensi. E una serie di convogli per la libertà si prevede che partano da tutti gli Stati per convergere su Washington DC, per il mese di marzo. Insomma, un nuovo Tea Party, ma sui camion.
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