Il titolo del Financial Times è uno di quelli a effetto. Dare della “delinquente” all’Italia non è certo una scelta stilistica particolarmente apprezzabile (e infatti la versione online ha evitato di riprenderlo). Soprattutto quando è del tutto evidente che non era quello l’intento di Jana Puglierin, che, citata dal Ft, aveva detto: “L’Italia è sempre stata vista come il delinquente giovanile della UE, e ora è il modello europeo”. Una cosa diverse rispetto al titolo, ma che indica comunque una sorta di pregiudizio e che lancia un messaggio sbagliato. Roma è vista, al solito, come la capitale di chi “non ha fatto i compiti a casa”. Una frase che spesso (anche a ragione, sia chiaro) è stata ripetuta nei confronti dell’Italia, ma che rischia di essere decisamente fuorviante in un momento in cui l’Europa fa in conti con se stessa e con la sua essenza così problematica e densa di errori.
Il problema è capire esattamente cosa significhi essere considerata la “delinquente giovanile” in Europa. Se pensiamo a una definizione di questo tipo, pensiamo a un ragazzo problematico, magari con un passato difficile alle spalle e che si dedica al teppismo o al bullismo dando problemi al vicinato o cercando di “sfasciare” il mondo in cui vive.
Ma a ben vedere, possiamo davvero dire che l’Italia sia stata così problematica nei confronti dell’Unione europea tanto da dover aspettare Mario Draghi per diventare un modello? Sulle patenti di “delinquenza”, meglio fare alcune precisazioni. Perché se è vero che l’Italia non ha sempre dedicato grande attenzione a certe direttive imposte dall’Ue – ce lo segnalano le multe salate che paghiamo ogni anno per non adempiere a certi obblighi – è altrettanto vero che il nostro Paese è stato forse il più seriamente convinto del progetto europeo, e non ha mai smesso di pensarlo. Anzi, forse proprio nell’ingenuità di ritenere l’Europa un sistema di condivisione dei rischi e delle fortune, l’Italia non si è mai tirata indietro rispetto ai grandi impegni strategici di Bruxelles, anche a costo di andare contro i propri interessi e guardando spesso con esagerato zelo a quanto propagandato dall’Ue. Lo ha fatto con l’euro, con la Costituzione europea, con Schengen e con la politica migratoria. Lo ha fatto con le sanzioni contro la Russia, nella sfida all’America di Donald Trump o anche piegandosi a certe scelte decisamente ostili (da parte di altri europei) in Libia e nel Mediterraneo orientale. Ed è sempre l’Italia che ha accettato di buon grado decisioni anche difficili da accogliere, come sedi di agenzie europee o accordi saltati tra colossi industriali o per colpa di direttive imposte dai decisori europei che hanno colpito i nostri produttori o le scelte strategiche italiana.
Insomma, l’Italia magari ha scelto tante volte la strada sbagliata. Una strada fatta di debito galoppante e mosse politiche improvvide. Sicuramente non in linea con certi programmi europei. Ma, in fin dei conti, in cosa si sostanzia questa essenza europea citata dal Financial Times? Cosa renderebbe oggi l’Italia un modello rispetto al suo passato di “delinquenza”? A leggere tra le righe della testata finanziaria britannica, più che un’Italia europea sembra apprezzarsi un’Italia che piace agli attuali governi di Francia e Germania. Si citano gli ottimi rapporti tra Emmanuel Macron e Draghi dopo che Luigi Di Maio flirtava con i gilet gialli e Matteo Salvini poneva le basi per un’alleanza strategica con Marine Le Pen. Mentre sul fronte tedesco, si ricordano ad esempio le parole di Alexander von Lambsdorff, portavoce per la politica estera del partito liberale democratico tedesco, che dopo l’ascesa di Draghi a Palazzo Chigi sentenziò: “L’Italia è tornata in Europa”. Oppure si cita, nuovamente, la querelle tra Recep Tayyip Erdogan e Ursula von der Leyen, in cui Draghi ha preso le difese della presidente della Commissione mentre gli altri leader Ue tacevano.
Questioni che certamente dimostrano una maggiore credibilità dell’Italia in Europa. Sotto questo profilo è indubbio che un uomo con il credito di Draghi non posa che far bene all’immagine di un Paese spesso ritenuto incostante o governato da persone con scarsa credibilità. E non è un caso che oggi questo riconoscimento arrivi dal Financial Times così come dal New York Times. Ma un conto è parlare dell’Italia, altro è dare patenti di europeismo o di delinquenza: che è cosa ben diversa.
Se l’Italia può essere oggi considerata un modello – in ogni caso tutto da dimostrare visto che il premier ha appena iniziato il suo lavoro anche in ottica Recovery – non dobbiamo dimenticarci che essere “europei” – nel senso di essere modelli di efficienza franco-tedesca – andrebbe riconsiderato alla luce di chi viene ritenuto già tale. Lo è stata la Germania di Angela Merkel? Molte mosse di Berlino in Europa sono state del tutto avverse alle logiche a cui si dovrebbe ispirare un modello di Stato dell’Unione europea e di una leader considerata come la paladina del sogno europeista. Lo è stata la Francia di Macron? Tra politica migratoria ed estera difficilmente Parigi può essere considerato un modello. E l’Europa di certo non è stata un modello positivo quando nei primi periodi di pandemia evitava di dare anche i ventilatori polmonari all’Italia o lottava per inchiodare i miliardi di Francoforte a prestiti con interesse e non a veri aiuti economici.
Ecco, di fronte a questi clamorosi errori dell’Europa e dei Paesi considerati già di default perfetti esempi di “europei”, l’Italia non può certo essere considerata una “delinquente giovanile”. Semplicemente perché non lo è mai stata. Se c’è un Paese che ha sempre osservato una vocazione quasi religiosa verso l’Ue anzi questo è proprio l’Italia, mentre altri hanno sfruttato Bruxelles semplicemente come moltiplicatore di forza. Draghi ha avuto l’onere e l’onore di sedersi a Palazzo Chigi, e di averlo fatto in un momento complicatissimo e in una situazione terrificante. Ma sull’Europa e questa Italia “teppista” meglio evitare giudizi frettolosi. Scopriremmo un’Italia ben più europeista di quello a cui siamo abituati. E al contrario scopriremmo un’Europa molto meno perfetta di quanto ripetuto.
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