I dieci anni di guerra in Siria hanno causato la morte di più di 400mila persone, costretto più di 13.5 milioni di siriani ad abbandonare le proprie case e portato il 90% della popolazione sotto la soglia di povertà. Agli effetti maggiormente tangibili del conflitto siriano si aggiungono però anche quelli più difficili da valutare ma ugualmente importanti e determinanti per il futuro del Paese: quelli ecologici e ambientali.
L’inquinamento dell’acqua e del suolo, la diminuzione dei terreni coltivabili e della vegetazione, la siccità e gli incendi sono solo alcuni dei problemi con cui la Siria sta già facendo i conti e che avranno un ruolo determinante nello sviluppo futuro del Paese. Tuttavia, data la gravità della situazione, non è possibile attendere che il conflitto giunga effettivamente al termine per iniziare ad affrontare i suoi effetti sull’ambiente. Come dimostrano i dati, è necessario un intervento repentino da parte delle diverse autorità – più o meno riconosciute – che governano le varie zone della Siria ed un loro coordinamento per affrontare correttamente la situazione. Come è facile immaginare, sperare che tutto ciò avvenga è al momento un’utopia.
Grano e petrolio
Prima dello scoppio della guerra la Siria era considerato il granaio del Medio Oriente, ma secondo stime recenti la produzione si è più che dimezzata ed il Paese si è trasformato da esportatore ad importatore di grano. L’aumento del costo della vita, l’abbandono dei terreni agricoli e l’inquinamento delle falde e dei terreni causato dei rifiuti bellici ed industriali e l’aumento degli incendi che hanno interessato principalmente il nord-est della Siria negli ultimi due anni sono tutti fattori che hanno contribuito alla crisi del settore primario. Emblematico è l’esempio del Governatorato di Hasakah, nel nord-est della Siria. Dieci anni fa un terzo della produzione nazionale di grano proveniva da quest’area, mentre adesso la provincia deve fare i conti con l’inquinamento derivante dalla produzione locale di petrolio, la siccità e gli effetti di lungo termine degli incendi del 2019 e 2020.
Lo sversamento di petrolio nelle acque e la sua penetrazione nel suolo non è un problema solo di Hasakah. Diverse aree della Siria devono fare i conti con i problemi ambientali derivanti dall’apertura di raffinerie non sufficientemente attrezzate, sorte dopo che le industrie del Paese sono state distrutte nel corso della guerra. Gli stessi danni arrecati alle infrastrutture già esistenti tanto dalle varie milizie quanto dalla Coalizione internazionale hanno contribuito all’inquinamento del suolo e delle acque, rendendo inabitabili intere aree e costringendo la popolazione locale a trovare rifugio altrove. Chi non è riuscito ad allontanarsi dalle zone inquinate ha invece dovuto fare i conti con l’aumento delle malattie e la scarsità di risorse.
Crisi idrica ed incendi
Ma l’inquinamento non è l’unico problema che affligge il settore idrico. A pesare sulla disponibilità di acqua potabile della popolazione è anche lo stato delle infrastrutture, fortemente danneggiate dalla guerra e in molti casi non ancora riparate, mentre il nord-est ha dovuto fare i conti con la volontaria interruzione della fornitura idrica da parte delle milizie filo-turche. A ciò si sono aggiunti anche gli anni di siccità che hanno caratterizzato la Siria e che già nel periodo 2006-2010 causarono gravi danni all’economia. Secondo diversi analisti, la cattiva gestione della crisi idrica di quegli anni aumentò il malcontento di una larga fetta di popolazione araba nei confronti del presidente, contribuendo così allo scoppio delle rivolte del 2011.
Anche gli incendi che hanno interessato principalmente il nord-est della Siria hanno contribuito all’aumento dei problemi ambientali e alla perdita nel solo 2020 di più di 9mila ettari di terreno coltivabile e di foreste. Queste ultime, secondo i dati della Ong Pax, hanno subito una riduzione del 20% e i danni maggiori si sono registrati nella provincia di Latakia e Idlib. A contribuire al fenomeno del disboscamento è stata anche la prolungata mancanza di elettricità, soprattutto nei primi anni della guerra. Rimasti senza corrente, i siriani sono stati costretti ad usare legna e arbusti. La perdita di vegetazione e l’abbandono dei terreni agricoli hanno portato anche all’erosione del suolo e all’aumento delle tempeste di sabbia, riducendo ulteriormente la percentuale di terreni agricoli.
Ultimo fattore da considerare è quello dei rifiuti. La Siria aveva problemi di smaltimento già prima della guerra, ma lo scoppio del conflitto ha imposto una battuta d’arresto al trattamento dei rifiuti, in particolare di quelli speciali e sanitari. Difficile è poi capire cosa fare con i rifiuti bellici, che hanno bisogno di trattamenti particolari e di esperti per poter essere smaltiti in sicurezza. I danni causati dall’uso di tale materiale e dalla sua permanenza sul suolo saranno quelli più difficili da risolvere anche quando la guerra sarà conclusa, a causa degli effetti di lungo periodo.
Agire adesso
Come detto, agire immediatamente è fondamentale per limitare il più possibile i danni all’ambiente. Quando si parla di ricostruzione e di futuro della Siria, si dedica ancora poca attenzione all’inquinamento ambientale derivante da dieci anni di conflitto, nonostante il suo impatto non solo sulla popolazione, ma anche sul sistema sanitario ed economico di un Paese in forte crisi e in cui le strutture ospedaliere sono da tempo al collasso.
I futuri progetti di ricostruzione dovranno tenere in considerazione l’importanza della bonifica dei terreni e delle falde acquifere, indispensabili per la ripresa dell’agricoltura e per il ripopolamento di alcune aree del Paese. Sarà determinante anche intervenire per fermare la perdita di vegetazione e biodiversità, necessari per combattere siccità e desertificazione. Se questi problemi non saranno affrontati correttamente e con la giusta rapidità, nessuna ricostruzione unicamente materiale sarà sufficiente per far riprendere la Siria dai danni della guerra.
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