Un fattore ereditario di rischio attraverso il quale spiegare perché alcune persone vengono contagiate da una forma più lieve di Covid e altre da una decisamente più severa. Nei mesi scorsi, Hugo Zeberg e Svante Paabo, ricercatori rispettivamente del Max Planck Institute tedesco e del Karolinska Institute svedese, avevano intuito che alcune parti del genoma umano erano predisposte a sviluppare l’infezione provocata dal Sars-CoV-2 in forme differenti.
Una di queste regioni è situata sul cromosoma 3, ospita sei geni e sarebbe in grado di condizionare le varie manifestazioni della malattia. L’aspetto più interessante della vicenda è che i suddetti geni vengono ereditati. Di conseguenza, il fatto che una persona positiva sia costretta a fare i conti con forme più acute del Covid potrebbe dipendere da una mera questione ereditaria. Detto in altre parole, chi possiederebbe quel particolare segmento di Dna localizzato sul cromosoma 3 avrebbe molte più possibilità di ammalarsi in forma grave di Covid, e quindi di morire.
È stato tutto messo nero su bianco in una ricerca pubblicata su Nature e intitolata The major genetic risk factor for severe COVID-19 is inherited from Neanderthals. I due esperti hanno inoltre scoperto che la predisposizione citata era molto comune in Bangladesh – dove oltre il 60% avrebbe una copia – e nel Sud dell’Asia, ma non in Africa. Altra curiosità: il segmento di Dna descritto appare identico a quello presente nel genoma dell’uomo di Neanderthal.
Fattore di rischio
Il settimanale La Lettura è tornato sul tema riportando le ultime novità accademiche. Innanzitutto, è ormai altamente probabile che a decretare la morte inaspettata per Covid di persone giovani, senza particolari problemi di salute, possa essere una predisposizione genetica. In particolare, il legame tra la presenza di geni sul cromosoma 3 e una certa tendenza a sviluppare il coronavirus nella sua forma più severa, sembra essere più di una banale coincidenza. Oltre al cromosoma 3, sono state rinvenute altre aree interessanti. E così, sotto la luce dei riflettori sono finiti anche i cromosomi 6, 12, 19 e 21.
In ogni caso, è possibile che le varianti presenti sui cromosomi dell’uomo di Neanderthal servissero per proteggerlo dalle infezioni. Piccolo problema: il Covid è un virus nuovo, e un’eccessiva risposta immune di una o più regioni ereditate, non solo non servirebbe a proteggere dal Sars-CoV-2, ma esporrebbe gli individui a una malattia più severa. Come se non bastasse, è stato notato che nelle zone geografiche in cui la popolazione non presenta varianti di genoma sul cromosoma 3, il numero di decessi è inferiore rispetto a dove le varianti sono invece presenti.
Fattore protettivo
Attenzione, tuttavia, alla regione situata sul cromosoma 12. A quanto pare, la presenza di particolari geni situati in quest’area farebbe sì che il rischio di fare i conti con il Covid in forma grave sia ridotto. Dunque, in tal caso, parliamo di un fattore protettivo. Lo “schermo”, se così può essere definito, comprende geni Oas1, Oas2 e Oas3, tutti geni capaci di creare enzimi in grado di impedire al Sars-CoV-2 di moltiplicarsi all’interno delle cellule. Sempre secondo quanto riportato dagli ultimi studi, sottolineati da La Lettura, il rischio di finire in terapia intensiva sarebbe ridotto del 22% per ogni copia di varianti genetiche presenti su specifiche aree.
Ricapitolando, mentre i geni sul cromosoma 3 favorirebbero una forma grave di Covid, quelli sul cromosoma 12 svolgerebbero un ruolo diametralmente opposto. In entrambi i casi, i due segmenti sono fattori ereditari che proverrebbero dall’uomo di Neanderthal. Serviranno, ovviamente, studi più approfonditi per chiarire una vicenda potenzialmente interessante per capire il funzionamento del Sars-CoV-2. Un virus in gran parte ancora sconosciuto.



