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Politica

L’India fa vacillare il piano vaccinale del Regno Unito?

Se il vaccino AstraZeneca sta provocando panico e malumori in Europa, nel Regno Unito è diventato la bacchetta magica che ha permesso a Boris Johnson di autoincoronarsi leader nella lotta alla pandemia al ritmo di “Brexit is beautiful”. Ad aprile,...
Vaccino AstraZeneca

Se il vaccino AstraZeneca sta provocando panico e malumori in Europa, nel Regno Unito è diventato la bacchetta magica che ha permesso a Boris Johnson di autoincoronarsi leader nella lotta alla pandemia al ritmo di “Brexit is beautiful”. Ad aprile, infatti, Londra ha pianificato di completare la somministrazione ad over 50 e soggetti fragili, ma soprattutto di distribuire 12 milioni di seconde dosi con una certa urgenza, poiché stanno per scadere i tre mesi dal tour de force delle prime dosi. A seguire, poi, il completamento dell’opera con la vaccinazione degli under 50: le forniture indiane avrebbero dovuto permettere di inseguire questo sogno entro poche settimane, profetizzando un lento ritorno alla normalità.

Ma forse Johnson aveva fatto i conti senza l’oste che, in questo caso, è il produttore indiano Serum che, dopo aver fornito 5 milioni di dosi di AstraZeneca all’ex madrepatria, ha annunciato un ritardo consistente per le ulteriori 5 milioni di dosi in attesa. L’ennesima dimostrazione della fragilità del sistema di forniture globali e del pericolo persistente di export ban sui vaccini da parte dei Paesi produttori, minaccia velata che arriva anche dall’integerrima Ursula von der Leyen che, aldiquà della Manica, punta il dito contro la mancanza di reciprocità di “certi Paesi”.

A lanciare il primo allarme era stato il NHS, che aveva avvertito di una “significativa riduzione della fornitura settimanale” di vaccini nel mese prossimo, in una lettera indirizzata alle organizzazioni sanitarie locali. La lettera fa riferimento ad una “riduzione nella fornitura nazionale di vaccini in entrata” e chiede alle organizzazioni di “garantire che non vengano caricati ulteriori appuntamenti” nei sistemi di prenotazione ad aprile. A far crescere il sospetto di una situazione meno rosea di quanto annunciato, un netto cambiamento di toni da parte del Segretario alla Salute, Matt Hancock, che mercoledì aveva rassicurato i sudditi di Sua Maestà sulla campagna vaccinale: “Nell’ultima settimana, abbiamo avuto un lotto di 1,7 milioni di dosi ritardate a causa della necessità di testarne nuovamente la stabilità”, ha dichiarato Hancock senza specificare la fonte delle dosi, “e abbiamo un ritardo nell’arrivo previsto dal siero dell’Institute of India “. Alla domanda in merito, durante un briefing sul coronavirus a Downing Street, Hancock ha dichiarato che il NHS ha regolarmente inviato “lettere tecniche” che spiegavano chiaramente gli “alti e bassi” dell’offerta. Nessun mistero, dunque.

Ergo, in questa fase, Londra rischia di scontare due difficoltà parallele: l’incapacità di fare scorta (tutte le fabbriche lavorano a pieno ritmo, senza fermarsi mai) e l’eventuale svolta nazionalista da parte di Serum, il cui CEO Adar Poonawalla ha dichiarato alla BBC che alla sua azienda è stato concesso di esportare il 50% delle 95 milioni di dosi prodotte. Un limite che rimescola le carte in gioco nonostante Londra tuoni dichiarando che “i contratti vanno rispettati”. In una sua comunicazione ufficiale, la società ha affermato che “5 milioni di dosi sono state consegnate poche settimane fa nel Regno Unito e cercheremo di fornirne altre in seguito, in base alla situazione attuale e ai requisiti per il programma di immunizzazione del governo in India”. Johnson, da abile funambolo, per il momento preferisce non esacerbare la situazione senza andare allo scontro con New Delhi. Per questa ragione, proprio giovedì scorso in conferenza stampa, ha pubblicamente respinto ogni accusa e sospetto di falle nel sistema annunciando un “banale” ritardo di 4 settimane nelle consegne dovuto a “motivi tecnici” che rallenteranno ma non interromperanno affatto la campagna vaccinale.

A ciò si aggiunge anche l’annuncio della visita di Stato imminente nel Paese di Narendra Modi, per “rafforzare la nostra amicizia con la più grande democrazia del mondo”, il suo primo viaggio all’estero nell’era post-Brexit. Le date esatte della visita non sono state annunciate ufficialmente da nessuna delle due parti. La visita del premier britannico arriva prima del G-7 in Cornovaglia di giugno, dove il primo ministro indiano sarà un ospite speciale. Il focus della visita sarà la creazione di partnership con il Regno Unito in vari settori, tra cui sicurezza marittima, sicurezza informatica, cambiamento climatico, commercio ma soprattutto produzione di vaccini.

A quasi un anno dal suo ricovero per Covid-19, che lo aveva costretto ad una brusca sterzata rispetto alle prime incaute dichiarazioni sull’immunità di gregge, Johnson rassicura i sudditi sull’efficacia del famigerato AstraZeneca, ricevendo la sua prima dose nella serata di venerdì ed esortando la popolazione a fare altrettanto. Il governo è ancora sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di offrire a tutti gli adulti un vaccino entro la fine di luglio, anche in virtù del fatto che entro la tarda primavera dovrebbero iniziare ad arrivare le prime dosi di Moderna, il terzo vaccino approvato nel Regno Unito. Due settimane fa, complici le novelle sulla tassazione delle imprese, BoJo è tornato a volare nei sondaggi: nemmeno i timori indiani sembrano scalfire la narrazione da salvatore della patria. Eppure, questo breve scivolone, dagli esiti ancora imprevisti, dimostra a lui e a tutti i fruitori della rally ‘round the flag’ syndrome che adesso il loro destino politico è appeso a…una fiala di vaccino.





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