Skip to content
Politica

Il fallimento sui vaccini aprirà la strada all’Europa del futuro?

Per prima cosa, bisogna incominciare con una doverosa premessa. Il passaggio della pandemia di coronavirus è stato un evento epocale che nessuno si sarebbe mai aspettato e che nel corso dei mesi ha obbligato i governi nazionali e gli organi...

Per prima cosa, bisogna incominciare con una doverosa premessa. Il passaggio della pandemia di coronavirus è stato un evento epocale che nessuno si sarebbe mai aspettato e che nel corso dei mesi ha obbligato i governi nazionali e gli organi internazionali ad effettuare scelte coraggiose, molto spesso semplicemente navigando a vista. In questi lunghissimi mesi a sprazzi sono mancate posizioni chiare da parte degli esperti, la collaborazione dei cittadini duramente segnati dai mesi di lockdown e gli strumenti economici (nonostante le maggiori liquidità concesse). E dunque, sebbene in buona parte essa sia stata anche causa soprattutto del maggiore impatto delle criticità, non sarebbe giusto imputare alla semplice impreparazione dei vertici istituzionali i problemi che il Vecchio continente sta affrontando oggigiorno, compresa la questione dei vaccini.

Tuttavia, sarebbe al tempo sbagliato pensare ed autoconvincersi che l’Unione europea così come siamo sempre stati abituati a conoscerla sia stata un successo nell’ultimo anno. Essa, in buonissima parte, è stata un fallimento. Le nostre economie hanno perso molto di più della concorrenza internazionale, la distribuzione dei vaccini ha fatto acqua da tutte le parti (rendendoci fanalino di coda del mondo industrializzato) e i soldi, benché promessi, sono inferiori a quelli degli avversari e non sono ancora nemmeno arrivati. Il tutto, mentre la maggioranza dei Paesi europei sta già affrontando (o sta per affrontare) la terza ondata della pandemia.

Il fallimento dei pilastri d’Europa

Focalizzandosi però su quelle che sono le questioni presenti, l’esempio di quanto accaduto con la campagna vaccinale da sola basterebbe per comprendere perché, rispetto agli altri, siamo andati così tanto male. Per farlo, però, bisogna ripercorrere quanto accaduto già nello scorso anno, quando il vaccino per il coronavirus era ancora un lontanissimo miraggio.
Non appena le case farmaceutiche iniziarono a studiare un modo per prevenire i contagi, i governi mondiali e l’Unione europea spinsero  per elargire sovvenzioni ai laboratori di ricerca. L’obiettivo era chiaro: guadagnare una posizione di vantaggio nel momento in cui sarebbero state disponibili le prime dose. E nell’eterna battaglia con gli alleati-avversari degli Stati Uniti, purtroppo l’Unione europea si è piazzata al secondo posto, dando modo ai laboratori americani di procedere con le sperimentazioni grazie soprattutto ai soldi provenienti dalla Casa Bianca.

Quando i vaccini sono stati immessi sul mercato e in chiara continuità con le politiche di austerity portate avanti dall’Europa negli ultimi dieci anni, anche la cifra che si è pattuita con le case farmaceutiche è stata di gran lunga inferiore rispetto a quanto offerto dagli altri Paesi. E laddove Bruxelles ha promesso di pagare 12 quello che Israele ha acquistato (pagando alla stipula del contratto) per 30, chiaro comprendere perché i big pharma abbiano dirottato gli ordini verso gli acquirenti più profittevoli. In uno scenario che, alla fine, ha confermato quello che gli esperti già sapevano da tempo: le politiche di austerità fini a se stesse sul lungo periodo divengono un costo ancora superiore (non solo economico, in questo caso, ma anche in termini di vite umane).

Bruxelles non può fare tutto

Un’ulteriore evidenza chiarificata dalla gestione centralizzata dell’acquisto dei vaccini riguarda come le politiche comuni, sebbene abbiano permesso un prezzo d’acquisto migliore, non sempre producano il risultato migliore possibile. Alcuni Paesi che non aderiscono all’Unione europea ma appartengono all’Europa geografica hanno infatti ottenuto le vaccinazioni molto prima (come nel caso della Serbia) e in quantità ben meno contingentate (come nel caso, invece, del Regno Unito).
L’unica differenza però tra l’Italia e il Regno Unito, oppure tra la Francia e la Serbia, risiede nel fatto che i secondi termini di paragone hanno contrattualizzato individualmente le condizioni con i big pharma. Hanno scelto quanto, quando e soprattutto chi pagare. In Unione europea ciò non è stato possibile e questa differenza, purtroppo, è stata una delle cause principali del fallimento (almeno in questa prima fase) della campagna vaccinale contro il Covid-19.

L’Europa può ancora funzionare, ma forse andrebbe ripensata

In questo scenario, dunque, appare evidente come la centralizzazione delle questioni che riguardano più da vicino i cittadini europei non sia sempre la migliore delle operatività possibili. Sebbene muoversi all’unisono possa essere d’aiuto in certi casi a fare la voce grossa, dall’altra evidenzia una serie di limiti che dopo il fallimento della prima fase della campagna vaccinale non possono più essere ignorati. Primo tra tutti, una estrema alienazione da quella che poi alla fine dei conti è la realtà di tutti i giorni fatta di ferree e amorali logiche di mercato, spesso però dimenticate dalle alte sfere istituzionali.

Per avere però un maggior attaccamento alla realtà, è necessario che l’Europa trasformi la propria immagine. Non più un singolo corpo che agisce grazie ad un’unica mente pensante centrale bensì come forse una serie di corpi che, all’unisono, tendono verso la stessa direzione. Perché anche nel caso delle trattative sui vaccini, per i big pharma sarebbe stato molto più complicato sedersi al tavolo con ogni singolo premier rispetto a trattare “semplicemente” con la Commissione europea. E in uno scenario come quello esposto, le dirette pressioni del premier ungherese Viktor Orban e le dure osservazioni sui prezzi del primo ministro olandese Mark Rutte avrebbero verosimilmente portato a risultati migliori.

Come per tutto il resto, dunque, il passaggio della pandemia di coronavirus ci dovrebbe dunque spingere a ripensare – col fine di non ripetere i passati errori – e rimodellare molte delle certezze con le quali siamo stati abituati a convivere sino allo scorso anno. Anche all’interno delle nostre pratiche, anche all’interno delle nostre istituzioni ed anche sul piano stesso di divisione dei compiti all’interno dell’Unione europea. Perché quando tutto sarà finito, ripetere ancora una volta gli sbagli in cui siamo incappati sarebbe segno inesorabile di recidività ed evidenza di come forse, all’interno delle logiche geopolitiche attuali, siamo almeno due passi indietro rispetto al resto del Mondo.





Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.