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Politica

La strategia dei “piccoli passi” per sconfiggere la pandemia? Un drammatico fallimento

Con la crescita dei contagi, la cosiddetta seconda ondata della pandemia di coronavirus, in Italia si è via via palesata la possibilità di entrare nuovamente in un nuovo periodo di lockdown, parallelamente a quanto accaduto la scorsa primavera. Differentemente da...

Con la crescita dei contagi, la cosiddetta seconda ondata della pandemia di coronavirus, in Italia si è via via palesata la possibilità di entrare nuovamente in un nuovo periodo di lockdown, parallelamente a quanto accaduto la scorsa primavera. Differentemente da marzo, però, dove la chiusura avvenne quasi contestualmente su tutto il territorio nazionale dopo essersi resi conto dell’impossibilità di tracciare i primi contagi delle zone rosse, questa volta le regioni italiane non si sono mosse all’unisono. A causa dell’ormai famosa strategia dei colori, infatti, regioni come il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Lombardia e la Calabria (le cosiddette zone rosse) hanno subito già dallo scorso 6 novembre una serie di restrizioni maggiori rispetto a quelle delle zone arancioni (Sicilia e Puglia) e gialle (tutte le altre). Ma con questa soluzione, però, l’indice Rt dei contagi non è calato così rapidamente quanto atteso, rendendo evidente come ancora troppo poco sia stato fatto per contrastare la diffusione del patogeno a macchia d’olio in Italia. E soprattutto, questo scenario avvicina ancora di più l’ipotesi che sul nostro Paese possa “abbattersi” nuovamente la scure del lockdown totale.

Il fallimento dei piccoli passi

Sin dai primi incrementi dei contagi avvenuti già nella scorsa estate, il governo italiano guidato da Giuseppe Conte ha deciso di muoversi esclusivamente in base ai dati sulla diffusione della pandemia riscontrati ed analizzati dall’Istituto superiore della sanità. Tuttavia, e come ampiamente conosciuto, questi dati non sono che l’immagine di una serie di contagi avvenuti però in un periodo di almeno dieci giorni prima, rendendo ogni mossa formulata in base ad essi di per sé già in un ritardo strutturale impossibile da non tenere in considerazione.

Ad ogni modo, però, la strada intrapresa dall’esecutivo ha assunto dunque la forma di un tentativo di “rincorsa”, andando ad attuare limitazioni definite “soft” nel tentativo di salvaguardare sia la salute dei cittadini sia la tenuta dell’apparato economico. Tuttavia, questo modus operandi non ha sortito l’effetto sperato, finendo col danneggiare solo maggiormente quelle attività che si sono conseguentemente viste chiudere in anticipo senza la sicurezza di poter in questo modo scongiurare un periodo di serrata generale.

Non solo l’economia, ma anche gli ospedali da questa strategia non ne hanno tratto beneficio alcuno, non vedendo infatti alleggerita la pressione presso i propri reparti ed i propri pronto soccorso. In uno scenario che, per l’ennesima volta, ha chiarificato la sostanziale impreparazione di base delle istituzioni – nazionali e regionali – italiane, le quali nonostante la “pausa” estiva non sono riuscite a mettere in piedi un apparato in grado di far fronte alla domanda di cure e di assistenza.

La seconda ondata è il vero pericolo

Con l’arrivo per la prima volta della pandemia nel Vecchio continente, l’Europa era di fatto impreparata anche sotto un punto di vista strategico ad affrontare una crisi sanitaria che ormai sembrava essere stata scongiurata dai grandi passi in avanti fatti dalla scienza negli ultimi cento anni. Tuttavia, il Covid-19 si è rivelato essere un avversario fuori dal comune, in grado di mettere in difficoltà anche i Paesi più avanzati del mondo.

Con l’arrivo della seconda ondata, però, l’impreparazione dell’Europa diviene in questo modo endemica, dimostrando come nonostante l’esperienza maturata negli scorsi mesi non si sia ancora riusciti a studiare una strategia per combattere il coronavirus e la sua diffusione. E tralasciando l’ambiente sanitario – il quale necessita di tempi tecnici di studio e sviluppo – sono state soprattutto le strutture operative e le infrastrutture fisiche ad essere state trascurate, generando in questo modo l’ambiente perfetto per il propagarsi della seconda ondata – come nel caso dei trasporti.

Tuttavia, nella passata primavera i Paesi europei e soprattutto l’Italia avevano la possibilità di mettere in campo una serie di misure volte al sostegno dell’economia molto più imponenti rispetto a quelle per il prossimo 2021. E così come gli Stati nazionali, anche i privati disponevano di liquidità maggiori per poter far fronte ai periodi di criticità. Adesso, però lo scenario all’interno del quale siamo immersi è ben differente; e con la crisi economica che ha accresciuto nuovamente le disparità sociali, le possibilità che il sistema economico italiano sia in grado di tenere diventano sempre più sterili. Almeno, sin tanto che la luce in fondo al tunnel non inizierà ad essere intravista e la stagione delle serrate non possa considerarsi definitivamente superata.





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