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Politica

Media e sinistra contro Trump: un assedio durato quattro anni

Mai come questa volta, nella storia americana, si è avuta la sensazione che la nazione fosse sul pericoloso ciglio di una guerra civile, scatenata da una politica sempre più polarizzata e dalla pericolosa deriva della identity politics, che ha animato...
Donald Trump Maga (La Presse)

Mai come questa volta, nella storia americana, si è avuta la sensazione che la nazione fosse sul pericoloso ciglio di una guerra civile, scatenata da una politica sempre più polarizzata e dalla pericolosa deriva della identity politics, che ha animato il dibattito a stelle strisce negli ultimi mesi dopo il barbaro assassinio di George Floyd e le successive manifestazioni di Black Lives Matter. Come avevamo peraltro osservato su InsideOver in tempi non sospetti, la sinistra radicale si era organizzata da tempo per scendere in piazza e manifestare contro un eventuale vittoria del presidente uscente, Donald Trump, al fine di mettere ferro a fuoco l’America: due delle principali organizzazioni che hanno pianificato la mobilitazione di massa sono l’Indivisible Project e Stand Up America. Queste ultime hanno riunito dozzine di associazioni e progressiste e altrettanti movimenti – da Public Citizen, MoveOn e End Citizens United Action Fund a sinistra a Republicans for the Rule of Law e Stand Up Republic, tutte unite contro Donald Trump.

Un clima da guerra civile che si è respirato anche nelle scorse ore, con le città americane che si sono letteralmente “blindate” in attesa dell’esito del vincitore. A cominciare da Washington, che nel fine settimana si è letteralmente corazzata e svuotata. Negozi, ristoranti, uffici, banche, tutto chiuso, come riportato dall’agenzia Agi. E tutto blindato con il legno, che qui chiamano “wood”. Sullo sfondo, la Casa Bianca, con il suo colonnato.

I media e i social contro Trump

I grandi media cosiddetti “mainstream”, hanno – sin dal primo giorno – osteggiato l’azione politica del presidente Donald Trump. Sin dal primo momento, lo hanno giudicato come un rozzo populista non all’altezza di ricoprire il ruolo per il quale era stato democraticamente eletto. Dopo aver alimentato il falso scandalo del Russiagate e soffiato sul fuoco del processo di impeachment, nelle ultime settimane di campagna elettorale, i grandi media tradizionali hanno accuratamente evitato di menzionare lo scandalo che coinvolge il figlio di Joe Biden, Hunter.

Nella guerra a tutto campo contro The Donald, i social network hanno addirittura fatto un passio ulteriore: Facebook e Twitter, infatti, hanno deciso di limitare la diffusione di un articolo-inchiesta del New York Post, entrato in possesso di email di Hunter Biden. Quei messaggi di posta elettronica  rivelerebbero che Hunter Biden, figlio del candidato democratico Joe, presentò a suo padre un alto dirigente di Burisma, la società energetica ucraina in cui lavorava, prima che l’allora vice presidente Usa facesse pressioni sui funzionari del governo di Kiev affinché licenziassero un procuratore che stava indagando sull’azienda. Uno scandalo enorme, che la stampa ha perlopiù ignorato, tentando di favorire Joe Biden. Gli stessi media che hanno ripetuto per mesi che Joe Biden lo avrebbe travolto, quando la serata elettorale di ieri ci ha detto una cosa molto diversa.

Un presidente sotto assedio, dall’inizio alla fine

In questi quattro anni, Donald Trump ha avuto più nemici che amici all’interno della Casa Bianca. The Donald è apparso, dall’inizio del suo mandato, un uomo solo, desideroso di cambiare Washington dall’interno, assediato da quello “stato profondo” contro il quale si era messo in competizione in qualità di uomo “anti-establishment”. Quasi un corpo estraneo. E, in effetti, contro il tycoon della Casa Bianca si  è mobilitato il mondo intero: star di Hollywood, vip di ogni genere, intellettuali, artisti, giornalisti fino al virologo Anthony Fauci. Senza contare quelli a cui aveva dato fiducia e che hanno deciso di scrivere un libro per screditarlo, come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton o il generale James Mattis. Alla fine è stata Washington a cambiare pelle a Donald Trump? Di sicuro Trump ha cambiato l’America.





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