Daniel Stelter era diventato, nei mesi scorsi, abbastanza popolare in Italia proponendo una misura draconiana per superare la crisi economica imposta dalla crisi del Covid-19: una maxi-patrimoniale capace di finanziare le politiche per la ripresa senza intaccare i fondi dell’Unione.
Ad aprile, dopo un primo articolo su Magazine Manager, Stelter ne ha scritto un altro più ampio su Focus.de, proponendo al governo di Berlino di portare in sede europea l’idea di far applicare all’Italia una patrimoniale del 14% sui conti corrente e i patrimoni dei suoi cittadini. “Un prelievo molto facile”, sostenne, “se si tiene conto dei dati della Banca d’Italia, che per il 2017 indicavano la ricchezza privata delle famiglie in 9.743 miliardi di euro”. Andando oltre, per Stelter “un prelievo una tantum del 20% – scriveva – sarebbe sufficiente per ridurre il debito pubblico italiano a un livello inferiore di quello tedesco”.
Stelter chiedeva dunque ad Angela Merkel un trinceramento sul fronte del rigore simile a quello che ha seguito negli scorsi mesi l’esecutivo olandese di Mark Rutte, fondato sul completo rifiuto di qualsiasi forma di mutualizzazione del debito. Naturalmente, oggi la sua posizione non può che essere estremamente contraria a quel Recovery Fund che, nato come frutto di un compromesso in cui non si può dire che l’Italia sia stata estremamente privilegiata, nella concezione ordo-liberale rompe però il tabù del rigore fiscale, dato che la Germania sarà contributrice netta di un fondo che darà a molti Paesi, compresa Roma, aiuti economici.
Stelter, scrive Italia Oggi, in un “lungo articolo su Focus.de, in cui prende di mira il ministro delle Finanze, Olaf Scholz, socialdemocratico, che vorrebbe un Recovery Fund permanente in Europa, e spara a zero sul sistema di perequazione fiscale tra i Lander tedeschi, che considera una sorta di progenitore del Recovery Fund, descrivendone con puntiglio gli aspetti negativi, probabilmente poco noti ai suoi stessi connazionali”. Stelter traccia un paragone tra i “Paesi spendaccioni” e quello che ritiene esser divenuto un “paradiso socialista” all’interno del Paese, Berlino, foraggiato dagli avanzi dei Lander motori dell’economia nazionale, come il Nord Reno-Vestfalia, la Baviera e il Baden-Wurttenberg. Il sistema di compensazione tra Lander creditori netti e Lander debitori netti sarebbe molto disfunzionale.
Indubbiamente, la disuguaglianza è la cifra determinante nel rapporto tra le due parti della Germania, la conseguenza di politiche costose e confusionarie seguite alla riunificazione, ma semmai è vero che è stato l’Est del Paese a sganciarsi dal resto della “locomotiva d’Europa” dopo la riunificazione nel 1990. Certo, il Pil pro capite dell’ex Rdt è salito dal 45% all’82% del livello medio tedesco in tre decenni, ma tra le due parti del Paese continua a non esserci partita. Nè possono creare un effetto inverso i trasferimenti netti mai paragonabili, come volume, alla distruzione di ricchezza connessa alla de-industrializzazione dell’ex Ddr e alla svendita degli asset pubblici del regime socialista.
La compensazione contributiva risponde al bisogno “geopolitico” di non perdere una parte del Paese; al contempo, la Merkel in Europa non ha seguito solo il mero calcolo di portafoglio nel valutare lo sviluppo del Recovery Fund, ma una precisa strategia di mediazione che ha valorizzato la centralità di Berlino nel Vecchio Continente. Incassando prima il via libera al trio Sure-Bei-Mes, ovvero a dei piani di risposta guidati da istituzioni controllate da vertici tedeschi, la Cancelliera ha fatto da ago della bilancia tra i Paesi frugali, la Francia e i Paesi mediterranei mediando un Recovery Fund in grado di cristallizzare i differenziali di competitività nel Vecchio Continente e di promuovere investimenti funzionali all’agenda della Commissione, guidato dal suo ex delfino Ursula von der Leyen. Un calcolo raffinato che ha visto la Germania farla letteralmente da padrona nel Vecchio Continente. La fronda interna che comincia a palesarsi sui media e nel mondo economico segnala però che sempre di più sono le resistenze a una strategia con cui la Merkel intende condurre la sua Cdu alle elezioni del prossimo autunno: la tenuta del progetto è condizionata a un rimbalzo dell’economia che eviti il trionfo della narrazione del Paese intento a regalare soldi agli “spendaccioni” come l’Italia (ironicamente solo nona tra i beneficiari netti del Recovery Fund) con il deficit nazionale ai massimi e porti a un’emorragia di consensi verso i liberali di Fdp e i nazional-liberisti di Afd.
Possiamo dare ragione a Stelter su un punto, laddove scrive che il Recovery Fund può dare “l’illusione ai paesi beneficiari di non dipendere da uno sviluppo autonomo delle risorse necessarie”: questo, purtroppo, è il pensiero del duo Conte-Gualtieri in Italia. Intento a sperare nella panacea europea come fonte di assoluzione dalle mancate scelte strategiche nell’economia. Ma questo è un problema italiano: il dibattito in Germania dimentica il fatto che sarà Berlino, una volta di più, la vincitrice di questa crisi.
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