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Cosa implica il crollo delle valute nei Paesi emergenti

L’incertezza globale legata alla crisi del coronavirus ha prodotto nel campo finanziario un fenomeno ben noto a chi si occupa in prima persona di trading o studia con attenzione i mercati: la insorgenza della cosiddetta flight to quality, ovvero un...
Monete valute nel mondo (La Presse)

L’incertezza globale legata alla crisi del coronavirus ha prodotto nel campo finanziario un fenomeno ben noto a chi si occupa in prima persona di trading o studia con attenzione i mercati: la insorgenza della cosiddetta flight to quality, ovvero un processo, di matrice tanto economica quanto psicologica, che porta gli investitori nei momenti di incertezza a virare i loro portafogli su asset ritenuti sicuri, se non veri e propri “beni rifugio”. Oro e altri metalli preziosi, ma anche valute ritenute sicure (dollaro in primo luogo) o titoli di Stato dal rating elevato, come i Bund tedeschirimasti saldamente in territorio negativo sui rendimenti, o i T-Bond statunitensi, la cui curva è scesa a marzo per la prima volta interamente sotto l’1% di rendimento.

A pagare, in questo contesto, sono in un primo momento gli asset legati a contesti meno sicuri, primi fra tutti quelli delle economie emergenti. Mentre il contagio economico andava a sommarsi alla pandemia, a fine marzo abbiamo assistito al default della fragile economia libanese. Il Global Financial Stability Report, pubblicato nella giornata del 14 aprile dal Fondo Monetario Internazionale, ha segnalato per per marzo e la prima metà di aprile un drenaggio di circa 100 miliardi di dollari di capitali dalle economie emergenti di tutto il mondo (lo 0,4% del loro Pil), e tutto questo prima che in aree come Sudafrica, India e America Latina il contagio esplodesse con la sua virulenza. Ora a ciò si è aggiunta la svalutazione monetaria, tipico fenomeno connesso alle fughe di capitali e all’incertezza economica. Real brasiliano, rand sudafricano e lira turca hanno lasciato sul campo anche il 15-20% di svalutazione valutaria rispetto al dollaro, azzerando dunque i guadagni connessi alle obbligazioni sovrane a cedola alta. Il peso argentino da febbraio a oggi ha perso il 25% sul biglietto verde, la  rupia pakistana attorno al 10% e altrettanto la naira nigeriana col governo di Abuja che fatica a mantenere stabilizzato il cambio a 0,026 naire per dollaro. Il bolivar venezuelano, invece, è da tempo carta straccia, mentre l’India sotto questo profilo si salva solo per la taglia e la rilevanza strategica in campo economico.

L’ultimo episodio di crollo valutario internazionale fu quello del secondo semestre del 2018, che vide il crollo delle valute di Turchia, Argentina, Iran e Nigeria in seguito alla breve ma significativa ritirata delle banche centrali, alla conseguente brusca correzione delle borse di tutto il mondo e a sviluppi convergenti del contesto geopolitico. L’Iran e, in misura minore, la Turchia furono investiti da una dura guerra economica ad opera degli Stati Uniti, l’Argentina si avviava verso l’incertezza del default e la Nigeria pagava la cronica instabilità interna. La pandemia anche in questo contesto funge da “virus acceleratore” e porta allo scoperto le debolezze dei mercati emergenti, dipendenti dal loro ancoraggio alle catene del valore e agli equilibri del capitalismo internazionale. Ma cronicamente instabili nelle fasi di maggiore incertezza.

Non tutti i pareri sulla fase vissuta dai Paesi emergenti sono però orientati a vedere come consolidata una fase di crisi. Nella fase della ripresa, specie in un contesto che vede il dollaro indebolirsi gradualmente rispetto all’euro, la svalutazione potrebbe trasformarsi in un’opportunità, abbassando i prezzi relativi di fattori produttivi e beni nei Paesi emergenti. “Lo scenario finanziario e anche valutario ha visto nelle ultime settimane il dollaro indebolirsi e questo potrebbe giocare a favore di un ritorno d’interesse verso questo comparto dove esistono anche opportunità e non solo rischi in una strategia di diversificazione con un peso naturalmente non preponderante”, ha dichiarato Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert. Il problema è che in molti dei Paesi colpiti la fine della pandemia e il conseguente ritorno alla normalità non si prospetta come imminente, mentre l’autunno impone riflessioni sulla risposta economica, e non solo sanitaria, in vista di una temuta seconda ondata in Europa e Stati Uniti. I veri scenari da tenere d’occhio: è lì che, a marzo, il panico economico che ha travolto i Paesi emergenti è nato e si è diffuso. E per i Paesi emergenti il principale problema è proprio la dipendenza di fatto dalle dinamiche economiche della parte di mondo a più alto tasso di sviluppo, fattore esogeno e aleatorio per eccellenza.





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