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Politica

I cattolici scendono in campo per Trump

Il 3 novembre è ormai alle porte e Donald Trump è impegnato in una corsa contro il tempo per aumentare le prospettive di una rielezione, minate dall’apparizione di una serie di sfortunati ed imprevedibili eventi accaduti negli ultimi mesi, dalla...
Elezioni USA 2020, comizio del presidente Donald Trump a Yuma (La Presse)

Il 3 novembre è ormai alle porte e Donald Trump è impegnato in una corsa contro il tempo per aumentare le prospettive di una rielezione, minate dall’apparizione di una serie di sfortunati ed imprevedibili eventi accaduti negli ultimi mesi, dalla pandemia alle proteste per la morte di George Floyd, che hanno avuto degli inevitabili riflessi negativi sul consenso popolare verso la presidenza.

Le ultime iniziative di Trump, fra le quali l’accordo di pace fra Emirati Arabi Uniti e Israele e la lotta contro il cartello delle grandi case farmaceutiche, vanno inquadrate in questo contesto di ricostruzione del consenso in extremis dall’esito incerto. Il blocco evangelico giocherà indubbiamente un ruolo determinante nel decretare la vittoria dell’uno o dell’altro candidato, come è sempre stato nella storia elettorale degli Stati Uniti, ma anche un’altra categoria di elettorato religioso sarà chiamata a giudicare il destino di quel progetto nato come Make America Great Again e diventato Keep America Great: i cattolici.

Il voto cattolico, la vera incognita

Il doppio mandato di Barack Obama sembrava aver posto fine all’epoca delle guerre culturali tra la destra religiosa e la sinistra relativista – apparentemente vinte da quest’ultima – essendo stato caratterizzato dalla legalizzazione dei matrimoni omosessuali su tutto il territorio nazionale, dall’ampliamento dei diritti e della presenza lgbt in ogni settore e dal potenziamento della legislazione sull’aborto, che ha facilitato gli aborti tardivi e incrementato il potere e l’influenza, anche nelle istituzioni scolastiche, di enti controversi come Planned Parenthood.

In soli quattro anni, però, Trump ha rovesciato una parte considerevole di quelle politiche che, implementate con l’obiettivo di avvicinare ulteriormente il Partito Democratico alle posizioni dei cosiddetti “liberal”, hanno rinvigorito il fronte della destra religiosa, spingendo cattolici, evangelici ed ebrei ortodossi a collaborare all’insegna di un progetto comune: non permettere la scristianizzazione degli Stati Uniti, Jesusland, la nuova terra promessa dei padri pellegrini.

Joe Biden, che nel campo etico ha idee possibilmente più oltranziste di Obama e, non a caso, fra gli sponsor della sua campagna elettorale figura Planned Parenthood, ha optato per cavalcare l’onda anticonservatrice che sta attraversando una società sempre più secolarizzata e polarizzata, alienandosi in tal modo una parte significativa dei voti provenienti da due importanti blocchi elettorali: gli evangelici e i cattolici. Ed è proprio al consolidamento del consenso all’interno di queste due galassie, che insieme compongono oltre il 40% della popolazione totale degli Stati Uniti, che sta puntando Trump per aumentare le possibilità della rielezione.

Secondo il Pew Research Center, nel 2016 la stragrande maggioranza degli evangelici avrebbe dato il proprio voto all’attuale presidente, almeno l’81%, ma la situazione sarebbe stata radicalmente diversa fra i cattolici, la cui polarizzazione alle urne è il riflesso della loro secolarizzazione e della più variegata composizione etnica: il 52% avrebbe votato per Trump e il 45% avrebbe votato Hillary Clinton. Il quadro che emerge è chiaro: le preferenze elettorali degli evangelici sono più prevedibili, perciò la vera incognita è rappresentata dai cattolici.

I cattolici per Trump

In quattro anni di presidenza, Trump ha compiuto numerose e significative dimostrazioni verso l’elettorato religioso: la nomina di giudici conservatori nella Corte Suprema, la privazione di fondi federali a Planned Parenthood, la riattivazione della cosiddetta “politica di Città del Messico”, che vieta all’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale di finanziare organizzazioni non governative nazionali e internazionali impegnate nella promozione dell’aborto, l’annullamento di alcune politiche obamiane inerenti la comunità transgenere, la partecipazione alla Marcia per la Vita, la creazione di un’alleanza internazionale contro le persecuzioni religiose e, ultimo ma non meno importante, l’aver riportato la fede al centro della vita pubblica, come palesato durante le fasi più acute della pandemia.

Le elezioni sono entrate nel vivo, mentre la presidenza si avvia al termine, ed è arrivato il momento di raccogliere ciò che è stato seminato. Sebbene la Santa Sede continui a mantenere una linea politica essenzialmente ostile al presidente statunitense, per via della forte divergenza di visioni in politica estera, la chiesa cattolica statunitense ha deciso di allontanarsi dal papato, appoggiando pubblicamente la rielezione di Trump. Il mantenimento delle promesse in campo etico, ma soprattutto le violenze anticristiane compiute negli ultimi tre mesi di disordini politico-razziali scaturiti dalla morte di George Floyd, hanno giocato un ruolo fondamentale nel convincere il clero a mobilitare i fedeli, indicando loro chi votare il 3 novembre.

Mentre proliferano iniziative a livello di comunità, come il movimento Catholics for Trump, pubblicizzato dal presidente in persona su Facebook e Twitter, aumentano anche i singoli chierici e gli organismi ufficiali della chiesa cattolica che decidono di rendere di pubblico dominio la propria scelta di campo. Dopo la lettera di monsignor Carlo Maria Viganò riguardante l’importanza di votare Trump da una prospettiva escatologica, rivelatasi un successo mediatico, il 20 agosto è stato il turno della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti, l’equivalente americano della CEI.

L’ente ha rilasciato due comunicati ufficiali nei quali si loda l’amministrazione Trump per aver adempiuto alle promesse fatte nel 2016, in particolare nel campo dell’aborto e della sperimentazione sui feti umani e sui materiali fetali. Nel primo comunicato si legge che “[la presidenza] merita il nostro elogio per aver assicurato che i finanziamenti statunitensi per l’assistenza sanitaria globale promuovano effettivamente la salute e i diritti umani e non li compromettano promuovendo l’aborto”, mentre nel secondo si esprime gratitudine perché “l’amministrazione si è impegnata a porre fine al finanziamento federale della ricerca utilizzando i tessuti fetali degli aborti”.

La decisione di pubblicare i due documenti a breve distanza dalla chiamata alle urne, un tempismo strategico, è indicativa del posizionamento del clero americano su Trump e potrebbe rivelarsi utile a convincere sia i cattolici progressisti, la cui fede elettorale al Partito Democratico sta venendo messa a dura prova da Biden e dalla consapevolezza che si tratta di una forza politica sempre più radicale, che gli indecisi, ossia coloro che vengono quotidianamente presi di mira dalla guerra informativa della grande stampa e che hanno assistito alla trasformazione di una protesta sociale, quella per Floyd, in una rivolta dalle venature anticristiane nella quale si bruciano Bibbie, si assaltano chiese e si decapitano statue di santi e divinità.

In definitiva, gli stessi eventi che hanno determinato un calo fisiologico dei consensi per Trump nell’immediato, potrebbero lavorare a suo favore nel medio periodo e quanto sta accadendo nel mondo cattolico in fermento ne è la prova: la vera partita per la rielezione non si giocherà nelle congregazioni, veri e propri baluardi del Partito Repubblicano, ma nelle parrocchie.





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