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Società

Stati Uniti, quel legame tra i nuovi casi e le proteste antirazziste

Nella classifica globale che illustra il numero di contagi e decessi provocati dal coronavirus, gli Stati Uniti mantengono saldamente il primo posto. La situazione, numeri alla mano, è alquanto drammatica. Al 23 giugno, il governo americano segnala 2.302.302 casi totali...

Nella classifica globale che illustra il numero di contagi e decessi provocati dal coronavirus, gli Stati Uniti mantengono saldamente il primo posto. La situazione, numeri alla mano, è alquanto drammatica. Al 23 giugno, il governo americano segnala 2.302.302 casi totali e 120.333 morti: un record vero e proprio, visto che il Brasile, secondo in questa graduatoria non proprio appetibile, conta 1.152.066 milioni di casi e 52.788 morti.

Il problema è che, giorno dopo giorno, la curva epidemiologica statunitense continua a salire. Per quale motivo? Nelle ultime settimane c’è chi ha dato la colpa a Donald Trump. Ma non tanto per la gestione, oggettivamente rivedibile, della crisi sanitaria mostrata dalla sua amministrazione all’inizio della pandemia, tra ritardi e sottovalutazione del rischio, quanto per le ultime apparizioni pubbliche del presidente.

Secondo gli oppositori di Trump, se negli Stati Uniti il virus è tornato a diffondersi, la causa starebbe tutta nei comizi elettorali del presidente. Trump ha infatti annunciato l’intenzione di voler riempire i palazzetti senza che il pubblico sia obbligato a indossare la mascherina o rispettare il distanziamento sociale. E anche lui si è (quasi sempre) mostrato in pubblico privo di ogni dispositivo di protezione individuale.

Focolai e proteste antirazziste

Oltre alle polemiche sui social, anche diversi vip hanno puntato il dito contro Trump. Ad esempio, stando a quanto riferiscono i media americani, Bruce Springsteen si è rivolto direttamente al presidente definendolo una “disgrazia nazionale”. “Mostra considerazione per il tuo Paese: mettiti la mascherina”, ha quindi aggiunto il chitarrista. Ma la causa della diffusione del virus è davvero imputabile a Trump e alla sua scelta di non indossare la mascherina?

Diamo uno sguardo ai dati. Se a New York e Los Angeles il Covid sembrerebbe aver dato una tregua, i nuovi epicentri si trovano negli Stati del Sud e nel Midwest. Importanti aumenti sono stati registrati in Texas (con oltre 27mila casi negli ultimi sette giorni), Arizona (18.895), Californa (29.199) e Florida (24.397).

Guarda caso gli stessi Stati teatri delle oceaniche manifestazioni antirazziste svoltesi per commemorare George Floyd. Gli stessi luoghi in cui sono andate in scena razzie e violenze, dove i manifestanti avevano sì il volto coperto, ma da caschi e pessamontagna, e dove la distanza sociale era soltanto un optional.

Un peso, due misure

Se facciamo un confronto tra gli Stati in cui il virus è tornato a galoppare e i luoghi in cui si sono svolte le manifestazioni Black Lives Matter e affini, notiamo una certa correlazione tra i due aspetti. È vero, molti elettori di Trump, seguendo il loro presidente, non indossano le mascherine e creano assembramenti pericolosi. Ma perché nessuno ha mai puntato il dito contro le folle di manifestanti che hanno recentemente invaso strade e piazze di ogni Stato americano?

Se davvero consideriamo pericoloso ogni assembramento, sarebbe il caso di evitare la noiosa retorica dell'”un peso e due misure” e iniziare a guardare in faccia la realtà. Il punto è che accusare i comizi di Trump di alimentare nuovi focolai, e magari farlo mentre si è stipati in una manifestazione antirazzista (ovviamente senza mascherina e senza rispettare alcuna distanza di sicurezza), è un’azione ipocrita oltre che intellettualmente meschina.





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