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Politica

Ecco tutti i dossier sul tavolo del vertice della Nato

Il 17 e 18 giugno la Nato ha tenuto un vertice – in teleconferenza – rivolto ai ministri della Difesa dei suoi Stati membri. Nella due giorni di colloqui che hanno fatto il punto sulla situazione dell’Alleanza e sulle minacce...
Jens Stoltenberg Nato vertice interministeriale (La Presse)

Il 17 e 18 giugno la Nato ha tenuto un vertice – in teleconferenza – rivolto ai ministri della Difesa dei suoi Stati membri. Nella due giorni di colloqui che hanno fatto il punto sulla situazione dell’Alleanza e sulle minacce globali, sul tavolo sono stati presentati diversi dossier che toccano direttamente la sicurezza dell’Europa e degli alleati di oltre Atlantico.

Jens Stoltenberg, il segretario generale, ha anticipato nei giorni scorsi alle agenzie stampa alcuni temi che saranno affrontati tra i massimi esponenti dei dicasteri alla Difesa, che si riuniscono per la terza volta quest’anno (la seconda in tempo di pandemia).

La Russia

Il piatto principale è quello fornito dalla questione russa: Stoltenberg ha detto infatti che ci sono serie implicazioni alla sicurezza della Nato date dalla “crescente serie di missili nucleari in Russia” sottolineando ancora una volta come “lo spiegamento da parte di Mosca del sistema missilistico Ssc-8 ha portato alla fine del Trattato Inf lo scorso anno. Da allora, la Russia ha continuato a modernizzare le sue capacità missilistiche, anche con armi ipersoniche”.

Un passaggio obbligato per l’Alleanza non solo per la quantità e qualità di armamenti di nuovo tipo dispiegati da Mosca in questi ultimi anni, ma anche per la mutata postura riguardante l’impiego del suo arsenale nucleare, il ricorso al quale ora diventa possibile per un first strike in caso la Russia subisca una minaccia esistenziale anche di tipo convenzionale. Non a caso, infatti, il segretario generale ha anche anticipato che durante il vertice il gruppo di pianificazione nucleare discuterà per continuare “a garantire che il deterrente nucleare della Nato rimanga sicuro, protetto ed efficace” pur non assumendo la stessa dottrina russa, considerata “destabilizzante”, ovvero non prevedendo il dispiegamento di nuovi missili con capacità nucleare in Europa.

Se tale possibilità venisse confermata, si tratterebbe di un segnale di distensione verso Mosca, che teme la possibilità del ritorno su suolo europeo di sistemi missilistici (da crociera o balistici) a raggio medio e intermedio, che sono considerati come uno strumento efficace per un attacco di sorpresa in grado di decapitare la linea di comando a causa del pochissimo preavviso che darebbero una volta lanciati. Questa eventualità, potenzialmente destabilizzante, si verificò già negli anni ’80 e portò alla firma del Trattato Inf, ora decaduto per volere americano in quanto ritenuto obsoleto non includendo la Cina, considerata la minaccia principale agli interessi americani dalla Casa Bianca.

Da questo punto di vista Stoltenberg rassicura ulteriormente quando dice che “non siamo nella situazione in cui eravamo ai tempi della Guerra Fredda, con corse agli armamenti davvero pericolose, in particolare negli armamenti nucleari”, ma comunque esiste un pericolo da non sottovalutare dato proprio dalla fine del Trattato Inf che è stato una “pietra miliare per il controllo degli armamenti e il disarmo, perché vietava tutti le armi a raggio intermedio” non dimenticando però di sottolineare ancora una volta come, secondo la visione ufficiale della Nato, tale decisione sia stata causata dalla violazione russa alle clausole dello stesso.

Proprio avendo bene in mente la minaccia missilistica russa il segretario ha detto che si aspetta che i ministri della Difesa concordino un pacchetto sostanziale ed equilibrato di misure politiche e militari in risposta includendo anche e soprattutto il rafforzamento delle difese aeree e missilistiche della Nato. Stoltenberg ha ricordato che “diversi alleati hanno annunciato importanti investimenti in nuove capacità” come i missili Patriot e i Samp/T di fabbricazione europea, senza dimenticare di rafforzare le capacità convenzionali avanzate della Nato, ad esempio dando impulso alla costruzione di aerei da combattimento di quinta generazione.

Qui le parole del segretario vanno lette attentamente. Quando Stoltenberg dice che è necessario un pacchetto di “misure politiche” significa che si richiede agli Stati membri dell’Alleanza sia di uniformarsi diplomaticamente nei rapporti con la Russia, sia di adeguare la propria spesa per la Difesa in modo da aumentare la partecipazione dei singoli alla sicurezza collettiva della Nato, che è sempre stato il disegno del presidente Trump.

Se vogliamo, l’invito ad aumentare le proprie capacità convenzionali con aerei da combattimento di quinta generazione, è una frase un po’ sibillina che potrebbe riferirsi al continuare coi programmi europei (Tempest e Scaf) oppure al proseguire con l’acquisto dei velivoli americani F-35 (al cui programma di sviluppo partecipa una nutrita squadra di Paesi della Nato), oppure ancora a entrambe le ipotesi: un modo molto diplomatico per non scontentare nessuno in Europa e oltre Atlantico, ma forse sarebbe il caso che l’Alleanza, dati i tempi non propriamente felici economicamente parlando, si decidesse, se non a scegliere, come fece in passato, quanto meno a indicare l’acquisto di un unico modello di cacciabombardiere di ultima generazione ai suoi membri, sebbene si potrebbe obiettare che quando fu seguita questa strada il risultato fu piuttosto deludente (vedere caso G-91).

La Cina

Oltre il dossier Russia, a occupare i colloqui c’è anche quello sulla Cina, entrata nell’agenda della Nato da un po’ di tempo a questa parte. Sempre Stoltenberg ha fatto sapere nella conferenza stampa preliminare che i Paesi della Nato hanno espresso preoccupazione per la crescita della Cina, specialmente per quanto riguarda gli investimenti in armamenti moderni. “Si tratta in parte – continua il segretario – di investimenti in testate nucleari e di dispiegare nuovi vettori, sulla terra, nel mare e nel cielo. Quindi facciamo appello alla Cina perché si impegni in negoziati sul controllo degli armamenti. Come potenza globale, hanno anche la responsabilità globale di impegnarsi in colloqui sul controllo degli armamenti”.

Un augurio, quest’ultimo, che resterà quasi sicuramente lettera morta data la postura cinese riguardante proprio i trattati sul controllo degli armamenti come lo Start, che viene considerato da Pechino un affare esclusivamente tra Russia e Stati Uniti, e che proprio per questo potrebbe decretarne la fine aprendo a una nuova era di corsa agli armamenti atomici.

Afghanistan e Iraq

C’è spazio anche per le missioni internazionali in cui è direttamente coinvolta la Nato, in particolare quelle nei fronti caldi della lotta al terrorismo islamico: in Afghanistan e in Iraq. Benché in Afghanistan la situazione resti “difficile”, Stoltenberg ha detto che la Nato “continuerà ad adeguare la sua presenza a sostegno del processo di pace” auspicando nel contempo che i talebani facciano la loro parte riducendo la violenza e rompendo tutti i legami con al-Qaida e altri gruppi terroristici internazionali. In Iraq l’attività di addestramento delle Forze Armate locali continuerà, e la Nato “aumenterà la sua presenza quando le condizioni lo consentiranno, in pieno coordinamento con il governo iracheno e la coalizione globale”.

La pandemia, le truppe Usa e la Libia

Non mancano discussioni sulla pandemia da Covid-19, che è stata affrontata dall’Alleanza, se pur magari un poco tardivamente, coordinando gli sforzi dei singoli Stati e fornendo supporto logistico e medico là ove ve ne fosse bisogno. Ora la Nato sta discutendo su come affrontare un possibile ritorno della crisi sanitaria: ci sarà quindi bisogno di un nuovo piano operativo, occorrerà fare scorta di attrezzature mediche per fornire assistenza immediata e istituire un fondo per acquisire forniture mediche critiche.

Un altro tema centrale è quello riguardante la presenza americana sul continente europeo, messa in discussione, ma nemmeno troppo, dal presidente Trump che ha esposto la volontà di ritirare 9500 militari dalla Germania (una parte dei quali, però, andrà in Polonia). Stoltenberg ha ricordato che le basi Usa in Germania sono importanti per la sicurezza degli Stati Uniti (il comando dell’Africom è a Stoccarda) e sono il “nocciolo” dell’Alleanza. Una dichiarazione volta più a rassicurare Berlino che è stata spiazzata dalla decisione della Casa Bianca, piuttosto che voler essere un monito per Washington, che da questo orecchio sembra non proprio non sentirci.

La questione Libia, invece, non è nell’agenda del vertice interministeriale, ma il segretario generale si aspetta che il tema venga sollevato perchè quanto accade in quel Paese ha profonde ripercussioni sull’Alleanza. Dovrà essere l’Italia, che è direttamente interessata dalla questione libica, a imporre all’assemblea che sia trattata e soprattutto far valere la nostra visione strategica, ammesso ce ne sia una, per non essere definitivamente scalzati dalla Turchia, dalla Francia e dagli Stati Uniti che stanno lentamente tornando ad interessarsene proprio per via della nostra fallimentare gestione.





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