Tanti sono gli aspetti del nuovo coronavirus che non conosciamo. Ad esempio: per quanto tempo il Sars-CoV-2 resiste, depositato sulle superfici? Ci sono vari studi a riguardo. Una delle ultime ricerche, pubblicata sulla rivista Physics of Fluids, ha evidenziato che il virus sarebbe in grado di sopravvivere dai 2-3 secondi ai due minuti.
Le superfici più a rischio fanno parte degli oggetti più utilizzati (o toccati) nel corso della giornata. Si va, dunque, dal display del nostro smartphone ai bicchieri di vetro, dalle maniglie delle porte agli interruttori delle luci. In generale, il tempo di sopravvivenza del virus varia in base al tipo di superficie considerata e al suo materiale, anche se mancano evidenze scientifiche certe.
Per quanto riguarda i vestiti che indossiamo quando usciamo, andiamo a lavoro, a cena fuori o a fare la spesa, i nostri abiti possono infettarsi e trasmettere il virus? Il sito dell’Iss scrive che “con il rispetto della distanza di almeno un metro dalle altre persone è poco plausibile che i nostri vestiti possano essere contaminati da virus in una quantità rilevante”. In ogni caso, prosegue l’Istituto superiore della Sanità, “quando si torna a casa è opportuno riporre correttamente la giacca o il soprabito senza, ad esempio, poggiarli sul divano, sul tavolo o sul letto”.
Virus e vestiti
Nel frattempo, in molti Paesi, i negozi di abbigliamento hanno riaperto i battenti dopo settimane di lockdown. I rivenditori di moda hanno attuato rigide misure igieniche per evitare che i clienti possano infettarsi provando gli abiti disposti sugli scaffali. Alcune boutique lasciano in disparte, per 24 ore, i vestiti indossati da terzi prima di esporli nuovamente; in questo lasso di tempo, i commessi li disinfettano accuratamente.
Altri negozi si limitano a sanificare i capi ogniqualvolta vengono provati, mentre altri ancora consentono alla clientela di entrare, e quindi di maneggiare la merce esposta, soltanto con dei guanti e dopo l’igienizzazione delle mani. Non sappiamo quale sia il protocollo migliore, visto che, al momento, ci sono ancora molte zona d’ombra nella relazione tra il virus e i tessuti.
Secondo i Centers for Disease Control and Prevention americani, le famose goccioline di saliva emesse dalle persone mentre parlano o respirano, possono essere trasferite anche ai tessuti. Vale dunque la pena chiedersi quale siano i tessuti più adatti a combattere la diffusione di virus e batteri. L’industria della moda si è attivata nel tentativo di trovare risposte adeguate.
Alla ricerca del tessuto antivirale
Per fare chiarezza su un argomento spinoso e complesso, il South China Morning Post ha chiesto il parere di diversi esperti. Edwin Keh, CEO presso l’Hong Kong Research Institute of Textiles and Apparel, ha subito spiegato che “ogni tessuto ha prestazioni diverse” e che ancora “non è stato svolto un ampio lavoro sull’attuale varietà di coronavirus e sulla sua relazione con superfici morbide come i tessuti”. “Quello che sappiamo è che ci sono alcuni tessuti naturalmente antibatterici, come lana, cashmere e seta”, ha aggiunto.
Riguardo la lana, ha approfondito Keh, questo tessuto viene usato come materiale ad alte prestazioni da vari brand proprio perché “ha una superficie ostile sulla quale i batteri non possono sopravvivere”. Scendendo nello specifico, due sono i suggerimenti da tenere in testa. Il primo è che indumenti dotati di superfici lisce e lucide, come ad esempio la pelle, sono repellenti perché in grado di essere puliti facilmente. Il secondo suggerimento riguarda le caratteristiche dei materiali: se questi hanno proprietà antimicrobiche naturali, sarà più complicato per virus e batteri sopravviverci sopra.
Le possibili soluzioni
Alcuni esperti puntano sulle fibre naturali, come alghe, tela, lino, bambù e canapa. Altri ancora consigliano di affidarsi a “tessuti intelligenti”, quindi tessuti formati da materiali particolari, a loro volta lavorati con tecnologie altrettanto particolari. Un esempio? Materiali trattati con rame e argento, metalli che hanno proprietà antimicrobiotiche naturali.
Una terza soluzione, individuata da Keh, chiama in causa tessuti contenenti piccole quantità di un derivato di molluschi chiamato chitosano, una sostanza usata in passato applicata sulle ferite per evitare infezioni. Da qui nasce l’ipotesi di applicare finiture antibatteriche sui vestiti.
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