Dallo scoppio dell’epidemia di coronavirus nel distretto cinese dello Hubei alla sua trasformazione in pandemia che ha colpito il mondo intero, il sentimento anti-cinese è cresciuto ampiamente, raggiungendo picchi che ormai sembravano appartenere al passato. Questo fatto non è passato inosservato alla stessa dirigenza cinese che, come riportato dall’agenzia di stampa Reuters, starebbe iniziando a temere ritorsioni sia sul piano commerciale sia sul piano diplomatico. Il problema deriverebbe dal fatto che questa crescente ostilità non si limiterebbe ai rapporti con gli Stati Uniti, bensì rischia di estendersi ad una moltitudine di partner internazionali che proprio negli ultimi mesi si stanno improvvisamente chiudendo ai rapporti con Pechino. E tra questi, anche gli storici alleati dell’Asia centrale che fino alla fine dello scorso anno avevano rappresentato una certezza commerciale per la Cina.
“Sarà peggio di piazza Tienanmen”
Dal rapporto interno arrivato sui tavoli del governo cinese e di Xi Jinping, il gelo diplomatico atteso da Pechino rischia di essere superiore a quello patito nei difficili mesi successivi ai fatti di piazza Tienanmen, che avevano provocato l’orrore soprattutto dell’Occidente. I timori, inoltre, si estendono anche alla durata che tale evento ebbe nell’immaginario collettivo, per il quale ci vollero molti anni prima di vedere la propria immagine totalmente ristabilita.
In questo clima, dunque, non si rischia soltanto la chiusura commerciale da parte delle Nazioni bensì lo stesso rifiuto di acquistare prodotti di manifattura cinese da parte della stessa popolazione mondiale. E a tutto questo, inoltre, vanno aggiunte le ritorsioni che la popolazione cinese nel Mondo rischia di subire – fatto che già in questi mesi è divenuto evidente soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Trump vuole nuovi dazi doganali
Non sono passati sei mesi dalla distensione avvenuta tra Pechino e Washington relativa al discorso dei dazi doganali, ma Donald Trump è già tornato a parlare di introdurre nuove tassazioni per le merci provenienti dalla Cina. Alla base di questa mossa, stando ai portavoce della Casa Bianca, ci sarebbe il comportamento scorretto tenuto da Pechino e l’occultamento di dati che avrebbero potuto salvare decine di migliaia di persone nel mondo. E soprattutto, il sentimento statunitense – ma non solo – che il patogeno non sia proveniente dalla natura ma che sia stato creato proprio nei laboratori di ricerca del distretto dello Hubei.
Sebbene al momento non ci siano prove sufficienti per avvalorare la tesi americana, non bisogna sottovalutare come storicamente gli Stati Uniti si siano mossi completamente alla cieca. Ed in questo scenario, non a caso, bisogna tenere conto anche alle chiusure cinesi rispetto all’invio di osservatori internazionali col compito di indagare sugli eventi che hanno dato l’avvio all’epidemia nella città di Wuhan; in una situazione che sembra destinata a tenere banco sulla scena internazionale ancora per molti mesi a venire.
Adesso la Cina teme di perdere partner strategici
Benché la Cina abbia strutturato la propria economia in modo da poter sopravvivere ad un blocco commerciale con gli Stati Uniti, differente è il discorso relativo ai commerci che intrattiene con molti altri suoi partner commerciali. In primo luogo, proprio con quei Paesi dell’Asia centrale ed ex-repubbliche dell’Unione sovietica che nell’ultimo trentennio si sono rivelati fondamentali nella bilancia commerciale di Pechino e che già all’inizio dell’anno erano diventati oggetto di attenzione da parte degli Stati Uniti, dopo la serie di incontri nella regione tenuta dal segretario di Stato Mike Pompeo.
In questo scenario, dunque, la leadership cinese teme di perdere il proprio potere sul territorio circostante alla Cina e intravede anche la possibilità che tali mercati passino irreversibilmente sotto l’influenza americana. E questa possibilità, a causa della fitta rete di commerci attualmente in atto, è molto più pericolosa rispetto ad una “semplice” chiusura commerciale da parte degli Stati Uniti.
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