In Francia c’è una bomba sociale che potrebbe saltare in aria da un momento all’altro. Anzi: nelle banlieue ci sono già state le prime esplosioni di rabbia a causa del confinamento imposto dal governo per contrastare la diffusione dell’epidemia di Covid-19. Gli ultimi degli ultimi, cioè gli abitanti dei sobborghi delle grandi città francesi, sono in ebollizione da ormai quattro notti consecutive.
Si sono registrati violenti scontri tra gruppi di residenti e polizia, e non solo a Parigi, l’area teoricamente più problematica, ma anche a Hauts-de-Seine-Yvelines-Seine Saint Denis- Aulnay-sous-Bois, Montreuil. E ancora a Mirail, nei pressi di Tolosa, Roubaix e Tourcoing, rispettivamente a Strasburgo e Lione. Veicoli e cassonetti sono stati incendiati mentre mortai da fuochi di artificio e proiettili hanno colpito le forze dell’ordine.
Certo, la rabbia delle banlieue non nasce soltanto dal semplice blocco imposto da Parigi a causa del virus. Le radici dell’odio hanno origini lontane e ben più complesse ma l’avvento del Covid-19 ha fatto risalire agli onori delle cronache una situazione assolutamente fuori controllo.
Un piano fallimentare
In mezzo a mille tensioni sociali la gestione dell’emergenza coronavirus portata avanti da Emmanuel Macron ha scontentato una buona parte della popolazione francese. Il capo dell’Eliseo, che nei mesi precedenti era stato duramente criticato prima dai gilet gialli poi dai lavoratori statali, è accusato di aver reagito in ritardo e di aver imposto la chiusura del Paese quando ormai il virus aveva ormai iniziato a diffondersi nella nazione.
All’inizio di marzo, quando l’Italia annunciava le prime misure draconiane, la Francia scelse di non fermarsi, o almeno di non stoppare subito il suo motore economico. Parigi aveva un piano operativo suddiviso in tre fasi. Nella prima di queste l’obiettivo era impedire che l’agente patogeno entrasse nel territorio nazionale. Furono così imposte quarantene e restrizioni alle persone rientrate dalle zone a rischio. La mossa si rivelò del tutto inutile.
Dato che le infezioni aumentavano ora dopo ora, l’Eliseo classificò l’emergenza legata al Covid-19 in fase 2, ovvero ”il virus è concentrato in alcuni focolai”. Cambiò qualcosa? Nei fatti non più di tanto, visto che in questo step Macron si limitò ad attuare misure restrittive soltanto nelle aree più a rischio, dimenticandosi del resto della Francia.
Il mea culpa di Macron
Il governo francese aveva tutto il tempo necessario per decretare immediatamente l’emergenza nazionale, imparando la lezione dell’Italia; basti pensare che Parigi scoprì di avere il virus in casa il 24 gennaio. Macron era probabilmente convinto che la Francia fosse immune al virus. La sera del 6 marzo il presidente francese era a teatro assieme alla moglie Brigitte. Una volta fuori dalla sala, il capo dell’Eliseo spiegava ai cronisti che non c’era alcuna ragione di modificare ”le nostre abitudini” tranne ”per chi è più fragile”.
Dieci giorni più tardi, il 16 marzo, Macron lanciò a tutti i francesi un messaggio completamente diverso: ”Siamo in guerra, il nemico è tra noi”. A quel punto la Francia si blinda, proprio come l’Italia. Ma è troppo tardi. I morti aumentano, il virus galoppa di città in città. Fa breccia anche nelle periferie, le aree più complicate del Paese, dove la vita era difficile anche prima dell’arrivo del nuovo coronavirus.
Dopo settimane di fuoco Parigi inizia a intravedere uno spiraglio. ”L’epidemia sta rallentando, la speranza rinasce” ha detto Macron in un altro messaggio alla nazione. Il presidente ha poi recitato un mea culpa: ”Ci sono state falle nel sistema. Non eravamo abbastanza preparati”. Intanto il lockdown continuerà fino all’11 maggio. Poi la Francia si rimetterà in moto. Nel frattempo un sondaggio Ipsos pubblicato da Le Monde ha sottolineato come la quota degli insoddisfatti della gestione della crisi del Covid-19 sia passata dal 46% al 58% nel giro di un solo mese. La popolarità di Macron è invece scesa dal 43% al 39%.
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