Dopo che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in un’intervista concessa a Repubblica il 9 marzo, ha ripreso il celebre discorso di Winston Churchill, definendo questa come “l’ora più buia”, la retorica del paragone tra guerra ed epidemia di coronavirus è stata definitivamente sdoganata. Da quel momento in poi inizialmente in Italia e in seguito nel resto del mondo, politici (per ultimo anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che si è definito “presidente in tempo di guerra“), media tradizionali e non, opinionisti, medici e personaggi dello spettacolo o dello sport hanno continuato a paragonare l’attuale situazione a quella di un conflitto. Una guerra combattuta contro un nemico praticamente invisibile (il Sars-CoV-2 è grande circa 100-150 nanometri, ovvero 100-150 miliardesimi di metro), parassita e che non si fa condizionare dai canti dai balconi o dagli slogan ripetuti in maniera pedissequa nelle dichiarazioni televisive e nelle varie conferenze stampa.
Una “guerra” senza strategie
Il sacrificio e la determinazione chiesta a –stando ai calcoli di France Press– metà della popolazione mondiale, che per “sconfiggere” il virus ha accettato di rinunciare a gran parte delle libertà individuali, potrebbe non sortire gli effetti sperati nel medio-lungo periodo. A breve termine, di certo, permette di ridurre i contagi e non sovraccaricare i sistemi sanitari dei diversi Paesi, ma quando si tornerà “alla normalità” il Coronavirus potrebbe essere pronto a colpire nuovamente. La tesi sostenuta da gran parte del mondo medico è che in autunno potrebbero accendersi nuovi focolai, obbligando di fatto i Governi ad attuare le stesse misure emergenziali già testate in questa prima fase. Un rischio che non deve far pensare che quanto fatto finora sia stato inutile, anche perché ogni limitazione è stata necessaria per evitare il collasso dei sistemi sanitari e assicurare il diritto alla salute della collettività. L’elevato sacrificio potrebbe non bastare, soprattutto se il Coronavirus non bisserà quanto già fatto dal suo predecessore responsabile dell’epidemia di Sars, debellato in natura senza che venisse sviluppato un vaccino.
Se così non dovesse essere, neanche il miglior discorso di Churchill “intimorirebbe” il virus e le sue parole rimarrebbero inascoltate dal “nemico”, che in questo caso non è al corrente della nostra esistenza così come della sua. Così come non può essere fermato dalla determinazione, non è neanche possibile definire una strategia di lungo periodo volta a sconfiggerlo definitivamente. L’idea diffusa in tutto il mondo di vivere l’epidemia “giorno per giorno” è l’antitesi della guerra stessa, che necessità di una pianificazione strategica e tattica di lunga durata allo scopo di arrivare alla conclusione. In questo caso l’unico piano sembra essere il lockdown totale a fasi alterne, quantomeno finché dalla ricerca non arriverà un vaccino, che necessiterà molti mesi (se non anni come dichiarato dal direttore generale aggiunto dell’Oms Ranieri Guerra) per essere testato e reso disponibile su scala globale.
Ciò potrebbe, comunque, non bastare perché i Coronavirus potrebbero in futuro ripresentarsi in forme differenti rispetto a quelle precedenti. A quel punto, seppur avvantaggiati dall’esperienza maturata con la pandemia da Covid-19, bisognerebbe ricominciare da capo per trovare una cura efficace. Nel rischio di nuove diffusioni risiede un’altra differenza rispetto alla guerra, perché alla fine dell’attuale epidemia non ci sarà la firma di un armistizio o una resa incondizionata, così come non saranno avviate le trattative di pace per mettere la parola fine al conflitto.
Una retorica ciclica
Sicuramente, però, non appena l’epidemia si arresterà la retorica della guerra al Coronavirus sarà messa da parte, facendo nuovamente spazio a quella contro la crisi economica, la povertà, la droga o il terrorismo. Una ciclicità che evidenzia quanto sia fallace il ricorso alla metafora della guerra che non prevede solamente battaglie e sacrifici, ma soprattutto anche una conclusione. Certamente la minaccia portata dal virus è seria e potrebbe portare a uno sconvolgimento degli attuali assetti geopolitici, ma nonostante ciò il paragone con una guerra rischia di far sottovalutare le altre possibili minacce, come la scure delle ripercussioni economiche e sociali che rischia di abbattersi sui Paesi colpiti dalla pandemia.
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