Mentre il numero dei contagi in Israele continua ad aumentare nonostante le misure prese dal governo per contrastare la diffusione del virus, la situazione sembra maggiormente sotto controllo nei Territori palestinesi dove solo 217 persone sono risultate infette. Ma l’Autorità nazionale palestinese sa bene che è solo questione di tempo prima che il virus si diffonda anche nella West Bank, soprattutto con l’avvicinarsi della Pasqua.
Il rischio dei lavoratori
Una delle prime vittime di coronavirus in Cisgiordania è stata una donna di 60 anni del villaggio di Biddou, a pochi chilometri da Gerusalemme: la signora era stata contagiata dal figlio, tornato a casa dopo aver lavorato in Israele. La vicenda ha messo in luce un problema a cui le autorità – sia palestinesi che israeliane – dovranno presto trovare una soluzione se vogliono evitare che il virus si diffonda in maniera incontrollata anche in Cisgiordania: i lavoratori palestinesi impiegati in Israele che fanno ritorno alle loro case. Nel tentativo di arginare i contagi, il primo ministro Mohammed Shtayyeh il 24 marzo ha invitato i palestinesi a rientrare in Cisgiordania, a mettersi in quarantena per 14 giorni evitando il più possibile contatti con familiari, e a contattare le strutture sanitarie più vicine per sottoporsi ai dovuti accertamenti. Nei giorni seguenti, il premier ha anche predisposto dei controlli ai checkpoint di ingresso nei Territori palestinesi per individuare il prima possibile le persone già contagiate, ma l’attenzione resta alta: come affermato dallo stesso Shtayyeh, le prossime settimane saranno le più difficili da gestire. Ad oggi infatti molti lavoratori hanno risposto all’appello delle autorità e hanno lasciato Israele, ma ci sono anche tra i 35 e i 45 mila palestinesi che con molta probabilità faranno ritorno alle proprie case tra qualche giorno, in corrispondenza della Pasqua. In questo periodo infatti le attività produttive si fermano per le celebrazioni, lasciando anche i palestinesi momentaneamente senza occupazione.
Lo scontro con Israele
Il dilemma posto dai lavoratori di ritorno in Cisgiordania ha inasprito un fronte di già da tempo aperto scontro tra Autorità palestinese e Israele: quello delle precarie condizioni di lavoro dei palestinesi. Per cercare di limitare il contagio e gli spostamenti tra un territorio e l’altro, a metà marzo il governo israeliano aveva permesso ai palestinesi di restare per un mese nella città in cui si trovavano per lavoro, promettendo loro un’adeguata sistemazione per la notte. In molti però hanno denunciato come le stanze che sono state loro offerte fossero troppo poche e piccole per il numero di ospiti: una scelta poco lungimirante in un momento in cui la distanza fisica è fondamentale per limitare la diffusione del virus.
La scarsa attenzione data dalle autorità israeliane nei confronti dei lavoratori ha costretto molti palestinesi a lasciare Israele per tornare in Cisgiordania ancora prima che l’Autorità nazionale fosse pronta per gestire l’esodo. L’Anp in un primo momento aveva quindi chiesto a Israele di testare le persone prima che attraversassero i checkpoint segnalando alle strutture sanitarie palestinesi la presenza di contagi, ma le sue parole sono cadute nel vuoto. La speranza adesso è che i controlli attivati alla frontiera dall’Anp riescano almeno in parte a individuare i soggetti già contagiati e che tutti rispettino i 14 giorni di quarantena imposti dal premier. In questo scenario emerge però un secondo problema: dove dovrebbero andare i familiari dei lavoratori ritornati a casa da Israele? Chi non troverà un’altra sistemazione rischia infatti di essere contagiato, contribuendo involontariamente alla diffusione del virus. La “bomba a orologeria” dei lavoratori palestinesi sembra sul punto di esplodere e a pagarne gli effetti non sarà solo la Cisgiordania.
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