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Guerra

Gli scontri interni alla galassia jihadista siriana

La vasta galassia del jihadismo anti-governativo attivo nel nord-ovest della Siria sarebbe in preda al caos, con varie fazioni islamiste in lotta tra loro, come dimostrano i recenti scontri nonchè gli attentati a diversi esponenti dei vari gruppi attivi sul...
Siria, miliziano filotruco

La vasta galassia del jihadismo anti-governativo attivo nel nord-ovest della Siria sarebbe in preda al caos, con varie fazioni islamiste in lotta tra loro, come dimostrano i recenti scontri nonchè gli attentati a diversi esponenti dei vari gruppi attivi sul territorio. Nel nord proseguono invece gli scontri tra curdi, jihadisti dell’Isis e turchi. A tutto ciò si aggiunge il ruolo quantomeno ambiguo della Turchia per quanto riguarda i rapporti con i jihadisti, in particolare dopo un filmato emerso sul web a fine febbraio che mostrava militari turchi in radunata al grido “allahu akbar” assieme a jihadisti dalle lunghe barbe, poco prima dell’ennesima offensiva contro l’esercito governativo siriano nella zona di Idlib. Offensiva che scattava dopo un bombardamento dell’esercito governativo siriano contro postazioni jihadiste che aveva però causato la morte di 36 militari turchi e che aveva portato la Russia e Damasco a denunciare una collusione tra taglia-gole e Ankara.

Gli accordi per il cessate il fuoco, firmati a Mosca lo scorso 5 marzo tra Russia e Turchia, erano stati però respinti da Hayat Tahrir al-Sham (Hts), che aveva però ringraziato la Turchia per il suo impegno nella lotta anti-Assad. Nel contempo anche il gruppo jihadista Faylak al-Sham, attraverso un comunicato, rendeva nota la propria contrarietà al passaggio di pattuglie militari russe (ma non di quelle turche) sull’autostrada M4, come previsto dagli accordi.

Non vi è alcun dubbio sul fatto che il cessate il fuoco del 5 marzo sia soltanto l’ulteriore fase di un conflitto che non è ancora giunto al termine, anche perchè ciascun attore in gioco ha obiettivi differenti: per il Presidente siriano Bashar al-Assad lo scopo primario continua ad essere la riconquista di Idlib e la riunificazione territoriale. I turchi dal canto loro non sembrano affatto intenzionati a lasciare quella fetta di territorio siriano occupata militarmente. I jihadisti sono consapevoli di essere stretti nella morsa dell’esercito governativo siriano sostenuto da Mosca e schiacciati tra l’offensiva di Damasco e il confine turco, mentre Ankara dal canto suo non ha assolutamente intenzione di farli riversare sul proprio territorio.

Le difficili premesse per un disarmo

Ankara, tra i vari patti stipulati con Mosca, dovrebbe occuparsi anche di disarmare i jihadisti e di separarli dalla cosiddetta “opposizione moderata”; un compito ben difficile, se non impossibile da attuare considerato che, come già precedentemente detto, per questi gruppi è in gioco la propria sopravvivenza. La galassia è poi così variegata e in molti casi ibrida che è veramente difficile riuscire a fare una distinzione così semplicistica. Una parziale soluzione per la Turchia è stata quella di traslocare alcune centinaia di jihadisti da Idlib alla Libia, ma ciò è attuabile solo per un numero limitato di uomini, in primis perché difficilmente la Libia, i Paesi confinanti e la stessa Unione Europea, accetterebbero un trasferimento massiccio di taglia-gole nell’area di Tripoli in un momento in cui si cerca assiduamente una soluzione al conflitto. Bisogna inoltre tener presente che Ankara ha promesso anche la cittadinanza turca ai jihadisti disposti a combattere in Libia; è veramente difficile immaginare che la Turchia sia disposta a dare la cittadinanza a tutti quei jihadisti disponibili a muoversi su Tripoli, al di là delle eventuali collusioni che vi possano essere tra Ankara e gruppi jihadisti in Siria. Un conto è infatti il sostegno in territorio straniero e un altro conto è portarseli poi in casa propria con tanto di cittadinanza. Una misura magari fattibile per quei miliziani di etnia turca a ridosso del confine (i turcomanni), ma un po’ più difficile per i jihadisti arabi, africani ed europei. Tutto ciò rende molto più complicato il disarmo.

La lotta intestina alla galassia jihadista siriana

Lo scorso 18 marzo nella zona di Jisr al-Shugour la jeep sulla quale viaggiava Ala Umad Abu Ahmed, leader della brigata “Abbas” di Hayyat Tahrir al-Sham, veniva fatta esplodere da uno Ied inserito a bordo e il jihadista moriva sul colpo. “Abu Ahmed” era stato coinvolto nel blocco dell’autostrada M4, avvenuto subito dopo gli accordi di Mosca del 5 marzo. Nessun gruppo ha ancora rivendicato l’attacco.

Il 29 marzo falliva un attentato nei confronti di Muhammad Abu Tarrad, a capo della “Brigata dei Rivoluzionari” di Saraqib; i militanti accusavano Hayyat Tahrir al-Sham per l’attacco, ma anche in questo caso nessuno ha avanzato rivendicazioni.

Resta il fatto che nella zona di Idlib, Hayyat Tahrir al-Sham continua ad essere il gruppo più radicato e ampiamente presente,al punto che gli stessi militari turchi sono stati colti in flagranza a combattere al loro fianco contro l’avanzata delle truppe governative siriane. Una loro eventuale “separazione” dai ribelli, per mano turca, risulta ben poco credibile in quanto rappresentano un pilastro fondamentale per respingere l’avanzata dei militari di Assad su Idlib e questo ad Ankara lo sanno bene.

Bisogna poi considerare che Hts e Hurrat al-Din hanno respinto l’accordo sul cessate il fuoco e, in conseguenza di ciò, Mosca ha lanciato un ultimatum ai jihadisti, ordinando il loro ritiro, entro fine marzo, da tutte le zone attorno all’autostrada M4, altrimenti l’esercito governativo, col supporto aereo russo, riprenderà l’offensiva su Idlib.

Nel frattempo, il 28 marzo si presentavano problemi nella città di al-Bab, a nord di Aleppo, quando un comandante e un miliziano del gruppo jihadista  Ahrar al-Sharqiyah (parte dell’Esercito Libero Siriano, sostenuto da Ankara), identificati rispettivamente come Elyui al-Sayah “Abu Rasul” e Mohamad Zarur, venivano uccisi in seguito a uno scontro a fuoco con la Free Syrian Police (FSP), attiva nella zona nord di Aleppo. Secondo fonti locali, lo scontro sarebbe scoppiato in seguito all’irruzione dei jihadisti, armati, all’interno dell’ospedale dove avrebbero minacciato gli agenti di polizia in seguito alla chiusura delle attività commerciali a causa dell’emergenza Covid-19; lo scontro si è poi trasferito all’esterno dell’edificio dove i due jihadisti sarebbero rimasti uccisi. Nella giornata di lunedì è emerso un filmato che documenterebbe alcune scene dello scontro. Ahrar al-Sharqiyah ha successivamente chiesto alla FSP di consegnare i responsabili dell’uccisione dei loro uomini.

Gli accordi di Mosca dello scorso 5 marzo hanno dunque tutta l’aria di essere soltanto una breve pausa, preludio a un’ennesima ondata di violenza che potrebbe manifestarsi già la prossima settimana; del resto, le diverse agende dei vari attori in campo non possono che portare in quella direzione.





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