Il coronavirus non ha fermato la guerra in Libia: entrambi i governi, quello riconosciuto dall’Onu guidato da Fayez Al Sarraj e quello con sede ad Al Beyda che costituisce il “braccio politico” del generale Khalifa Haftar, hanno adottato misure drastiche sulla carta per prevenire il contagio da Covid-19. Nessuna invece per scongiurare il proseguo di un conflitto che non sembra avere pause e questo nonostante, tra le altre cose, i riflettori sul paese si siano spenti in quanto puntati adesso sull’emergenza relativa alla pandemia. Anche nel buio mediatico cioè, la Libia continua a rimanere in guerra.
I bombardamenti contro l’aeroporto di Tripoli
Le misure prese dall’esecutivo del premier Fayez Al Sarraj, sono state in qualche modo anticipate dal conflitto. Il governo stanziato a Tripoli infatti, tra le altre cose ha chiuso gli aeroporti nell’ambito del programma di isolamento del paese volto a prevenire i contagi. Ma già alcune ore prima dell’ufficializzazione di questa misura, aerei dell’aviazione di Khalifa Haftar hanno preso di mira lo scalo. Dunque, la struttura sarebbe in ogni caso rimasta chiusa, così come del resto spesso accaduto negli ultimi mesi quando il conflitto tra le forze del governo di Tripoli e quelle del Libyan National Army si è fatto più intenso.
Secondo il portavoce dell’esercito di Haftar, Khaled Al Mismari, i raid ordinati dal generale avrebbe preso di mira alcuni soldati turchi presenti in quel momento all’interno dello scalo. L’accusa più volte rilanciata da Bengasi, è quella secondo cui sia il governo di Tripoli che l’esercito di Ankara usano l’aeroporto internazionale come base militare in cui vengono fatti arrivare aiuti militari, armi in particolar modo. Per questo dunque, secondo i vertici del Libyan National Army, la struttura è oramai da tempo diventata un obiettivo sensibile. L’aeroporto in questione, situato nel quartiere di Mitiga, è l’unico rimasto funzionante nella capitale libica dopo la distruzione di quello di Qasr Bin Gashir, coinvolto negli scontri del 2014. Alcuni soldati turchi, nei raid dei giorni scorsi, sarebbero rimasti uccisi proprio all’interno dello scalo di Mitiga. Una circostanza quest’ultima al momento non confermata da Ankara.
Continua lo stallo militare
Intanto la situazione sul campo permane la stessa degli ultimi mesi, con le linee del fronte a sud di Tripoli che non hanno subito alcuna variazione. Qui la tregua è un elemento ben lontano dalla realtà: nonostante una situazione di sostanziale stallo, tra le parti opposte continuano gli scontri seppur di intensità minore. Combattimenti derubricati spesso a piccole “scaramucce” tra miliziani vicini ad Al Sarraj e soldati di Haftar, ma che giorno dopo giorno certificano il totale fallimento della conferenza di Berlino.
Qui, lo scorso 19 gennaio, tutti i vari attori internazionali riuniti avevano firmato un documento di 55 punti in cui, tra le altre cose, venivano sanciti per l’appunto i principi relativi ad un cessate il fuoco e ad un embargo sulle armi. Elementi entrambi ben lontani dall’essere raggiunti, specie adesso con un’Europa che, dopo aver promosso l’incontro svoltosi nella capitale tedesca, è distratta dalle emergenze relative al coronavirus.
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