Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica che da quasi un anno assedia senza espugnarla la capitale libica Tripoli, si è recato in visita lampo in Francia e in Germania per colloqui non in agenda con Emmanuel Macron e Angela Merkel. Esclusa dal “tour” l’Italia, complice anche l’emergenza coronavirus che assorbe totalmente le energie del governo di Roma e che comunque renderebbe rischioso un passaggio di Haftar nel nostro paese. Vale la pena ricordare che il politico e generale 76enne era stato dato per morto il 13 aprile del 2018 a Parigi dopo un intervento chirurgico per un tumore al cervello. L’informazione si era poi rivelata una delle tante “fake news” che fanno parte della guerra di propaganda che si combatte quotidianamente in Libia, ma la salute e l’età avanzata del generale sono effettivamente una delle tante incognite del rebus libico. Vero è che l’Italia ha già avuto diverse occasioni per parlare con il generale quest’anno:
- l’8 gennaio, direttamente a Roma per colloqui con Giuseppe Conte, un incontro assai sgradito al premier del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, che infatti ha tirato dritto verso Tripoli dando buca al nostro presidente del Consiglio;
- il 13 febbraio a Bengasi, dove si è recato il ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Luigi Di Maio, stavolta però dopo aver incontrato a Tripoli i permalosi membri dell’esecutivo riconosciuto dalla Comunità internazionale;
- il 3 marzo sempre a Bengasi attraverso il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, Piero Benassi, nel quadro di una delegazione europea di alto livello che comprendeva anche consiglieri e ambasciatori di Francia e Germania.
La missione europea Irene
Resta il fatto che il principale responsabile del blocco delle esportazioni petrolifere in Libia, che ha messo sotto scacco anche il terminal di Mellitah dove passa il gasdotto GreenStream di Eni che rifornisce di metano il nostro paese, ha parlato con i leader dei due principali paesi europei a pochi giorni dal lancio di Irene, la nuova missione navale dell’Ue che dovrebbe prendere il posto di Sophia. La proposta, secondo Il Sole 24 Ore, dovrebbe arrivare sul tavolo del Consiglio Affari esteri dell’Ue il prossimo 23 marzo. La nuova missione aerea e navale dovrebbe rimanere a guida italiana (sotto il comando dell’ammiraglio Enrico Credendino) e dovrebbe essere dispiegata davanti alle coste della Cirenaica, e non davanti alla Tripolitania, penalizzando solo apparentemente Haftar. In realtà, la missione va di traverso soprattutto al Governo di accordo nazionale del premier Fayez al Sarraj sostenuto dalla Turchia, che riceve aiuti principalmente via mare (e in parte via Tunisia). Da parte sua, l’Esercito nazionale libico del generale Haftar appoggiato da Emirati Arabi Uniti ed Egitto riceve rifornimenti via area e dal deserto, con rotte impossibili da bloccare senza “boots on ground”.
La partita alle Nazioni Unite
Per Haftar si è trattato inoltre del primo viaggio all’estero dopo le dimissioni dell’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé: il diplomatico libanese delle Nazioni Unite ha infatti lasciato l’incarico lo scorso due marzo, abbandonando al loro destino le tre “tracce” (militare, economica e politica) dei colloqui politici di Ginevra. In appena 24 ore, sottolinea l’Agenzia Nova, Haftar ha fatto visita a due paesi che potrebbero potenziale influire nella scelta del prossimo rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite in Libia: la Francia ha diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, mentre la Germania ha un seggio non permanente. Va detto che il generale Haftar non ha mai avuto un buon feeling con le Nazioni Unite, arrivando perfino a impedire l’atterraggio ai suoi voli. L’infinita pazienza di Salamé lo ha portato a sopportare ogni tipo si sgarbo. Ma nell’agosto del 2019, tre funzionari delle Nazioni Unite e altre due persone sono rimasti vittima di un attentato con autobomba a Bengasi: episodi di questo tipo al Palazzo di Vetro di New York non passano sotto traccia.
Cessate il fuoco, ma a una condizione…
Sul contenuto dei colloqui di Haftar con Macron e Merkel non si sa molto, a parte le veline diffuse da Bengasi e da Parigi. Secondo l’agenzia Reuters, nell’incontro all’Eliseo “il feldmaresciallo Haftar ha assicurato di essere pronto a firmare il cessate il fuoco, ma questo impegno cesserebbe se le milizie non lo rispettassero”. Secondo il quotidiano Le Figaro, Macron si è intrattenuto con l’uomo forte della Cirenaica all’Eliseo per circa un’ora. Parigi ha fatto sapere che nel corso del colloquio è stata evocata anche la questione riguardante la produzione di petrolio in Libia e l’ingerenza di non meglio precisati paesi stranieri (probabilmente la Turchia, da tempo ai ferri corti con la Francia) nel dossier. Non è un mistero che la Francia giochi in Libia una doppia partita: ufficialmente, infatti, Parigi riconosce il Consiglio presidenziale del Governo di accordo nazionale sostenuto dalle Nazione Unite, ma allo stesso tempo sta avallando il tentativo dell’uomo forte della Cirenaica di conquistare Tripoli con la forza. Poco o nulla invece è trapelato dall’incontro con Merkel. Il portavoce del governo federale, Steffen Seibert, si è limitato a ribadire che il conflitto nel paese nordafricano “non ha soluzione militare”, sottolineando che “sono necessari un armistizio e progressi nel processo politico in conformità con le decisioni della conferenza di Berlino”. L’ultima conferenza internazionale sulla Libia, ha prodotto un documento molto blando che ha portato, in seguito, all’approvazione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza per porre fine ai combattimenti e favorire il ritorno al dialogo. Ma senza meccanismi che puniscano ad esempio chi viola l’embargo e chi non rispetta il cessate il fuoco, anche questo tentativo è destinato a fallire.
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