Tutto il mondo si interroga sul perché la Cina abbia attuato drastiche misure per contenere la diffusione del nuovo coronavirus. Molti sono spaventati: per quale motivo Pechino ha messo in quarantena milioni e milioni di cittadini, chiuso città, sospeso trasporti pubblici, isolato una provincia e imposto un rigido vademecum per tutti i residenti nell’epicentro del contagio (e non solo)? Vuoi vedere che il Covid-19 non è “poco più che una banale influenza”, come ripetono in giro, ma al contrario un virus pericolosissimo? Sfatiamo miti e false credenze: il coronavirus non è un’influenza ma neppure la peste bubbonica.
Nonostante questo è importante contenerne l’avanzata non tanto per il suo tasso di letalità (circa il 2%) che, dati alla mano, non appare più alto di tante altre malattie comuni, quanto per la rapidità con cui si trasmette da una persona a un’altra. Il rischio non è lo sterminio di un intero popolo bensì la possibilità che un dato sistema sanitario possa ritrovarsi a fare i conti con un numero di pazienti bisognosi di cure più alto rispetto a quello cui potrebbe far fronte.
In altre parole, nell’ipotesi di a una pandemia, persone infette che potrebbero tranquillamente guarire con semplici cure ospedaliere rischierebbero di morire per mancanza di posti in terapia intensiva, medici, operatori sanitari e via dicendo. Ecco perché la Cina ha subito alzato una seconda Grande Muraglia attorno alla città di Wuhan, considerata il Ground Zero dell’epidemia.
Un sistema sanitario da rivedere
Scendendo più nello specifico, e cercando di dare una risposta alla fatidica domanda del perché le autorità cinesi abbiano preso così sul serio questa epidemia, è inevitabile dare uno sguardo al sistema sanitario cinese. Per avere una chiara idea del suo spessore di fronte al rischio di un’epidemia, vale la pena consultare il Global Health Security Index 2019, un lungo rapporto che, tra le altre informazioni, passa in rassegna la capacità di ogni singolo Paese del mondo di affrontare lo scoppio di un contagio.
Ebbene la Cina, nonostante i progressi economici, la riduzione della povertà, l’aumento del Pil e via dicendo, si deve accontentare della posizione numero 51, davanti a Slovacchia e Filippine e dietro a Vietnam e Perù. Vuol dire, quindi, che il sistema sanitario cinese è peggiore di quello presente in altri 50 Stati? Non necessariamente.
La graduatoria prende in esame numerosi parametri, tra cui la capacità di risposta d’innanzi all’emergenza e la forza di contenere il rischio contagio. L’Italia è 31esima mentre i primi posti sono occupati da Stati Uniti, Regno Unito e Olanda. In ogni caso il documento parla chiaro: “Nessun Paese è completamente preparato ad affrontare un’epidemia o una pandemia, e ogni Paese ha altresì importanti gap da colmare”.
Servizi di base carenti
Torniamo adesso al sistema sanitario cinese. Negli ultimi anni il governo ha investito molto nella sanità anche se permangono elementi critici, gli stessi che – a detta di alcuni esperti – potrebbero aver agevolato la diffusione dei contagi da Covid-19. I servizi di trattamento, al netto delle differenze tra città più e meno ricche, sono migliorati.
Mancano tuttavia adeguati servizi primari di prevenzione e di medicina generale, che dovrebbero essere incarnati da figure tali e quali i nostri medici di famiglia. Cosa significa tutto questo? Facciamo un esempio per capirlo: a fine dicembre, molti dei cinesi colpiti dal coronavirus, anziché avvisare il proprio medico, si sono recati direttamente in ospedale. Così facendo, oltre a ingolfare la macchina sanitaria, hanno diffuso inconsapevolmente il virus ai quattro venti, contagiando anche gli operatori sanitari. Da questo punto di vista, almeno in parte, è facile darsi una risposta alle mastodontiche quarantene messe in atto da Pechino. Il suo sistema non sarebbe stato in grado di fronteggiare in campo aperto la minaccia del Covid-19.
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