La Banca centrale europea targata Christine Lagarde si trova di fronte a un bivio per la politica monetaria da mettere in campo nei prossimi anni. L’Eurotower seguirà il “pilota automatico” dell’eredità di Mario Draghi o procederà a una svolta mandando in esaurimento il nuovo, ridimensionato quantitative easing?
Per ora da Francoforte non sono arrivati segnali decisivi. Il contesto attuale è frutto di diverse situazioni: l’espansione monetaria impostata nel 2015 per evitare il rischio recessione; la politica di tassi bassi sui prestiti di denaro funzionale alla corsa delle borse e al quantitative easing globale; i tassi negativi sui depositi bancari in larga parte dell’Eurozona.
Tutto il paniere di misure messe in campo e di realtà costituitesi sul campo è risultato sostenibile finchè la Bce, forte del capitale politico di Draghi e capace di colmare il vuoto operativo della commissione Juncker, è riuscita a esercitare una vera e propria capacità di leadership risultando, per citare Carl Schmitt, l’istituzione commissaria, cioè in ultima istanza sovrana, dell’Unione Europea.
Oggi l’incertezza regna sovrana: i mercati hanno preso una strada autonoma rispetto alle banche centrali, la corsa delle borse è slegata dall’economia reale, la Lagarde è una figura di profilo inferiore rispetto a Draghi (un’amministratrice piuttosto che una leader) e nell’Unione i nuovi equilibri di potere devono ancora riassestarsi. Così, all’Eurotower manca la capacità di una concreta elaborazione strategica. Al punto tale che anche un piccolo Paese come la Svezia può diventare un punto di riferimento.
Rompendo l’impasse che frenava le banche centrali europee, scrive Il Sole 24 Ore, “la Riksbank, la banca centrale di Stoccolma , si è infatti mossa controtendenza da un anno a questa parte, tornando a rialzare i tassi negativi per riportarli a zero”, dal -0,5% di fine 2018. “Se i risultati economici dovessero darle ragione aumenterebbe anche di conseguenza la pressione sul presidente Christine Lagarde per normalizzare la politica monetaria della Bce”. Secondo i dati dell’istituto olandese Rabobank la mossa della Riksbank avrebbe avuto un effetto positivo sulla crescita, stimata all’1,6% nel 2020.
Alzare i tassi sui depositi degli istituti può porre fine al circolo vizioso che spinge banche e società di gestione del risparmio a lesinare sulla concessione di prestiti e mutui e a ricercare il valore scaricando i costi di deposito sulle commissioni per i correntisti. E se tale pratica ha una sua ratio in Svizzera e Danimarca, ove sussistono prelievi fino allo 0,75% sul circolante depositato per patrimoni milionari non produttivi, la decisione di tre banche tedesche (Berliner Volksban, Raiffeisenbank Oberland, e Volksbank Ettlingen) di abbassare la soglia per il prelievo dello 0,5% a 100mila o 250mila euro
Il dibattito va oltre il classico braccio di ferro tra falchi rigoristi, favorevoli a restrizioni monetarie, e “colombe” più lassiste sui controlli di capitale. La finanza europea, come quella mondiale, vive una polarizzazione tra la corsa dei mercati e il cammino incerto delle operazioni di massa e dei servizi al pubblico. Ovvero il reale motore della congiunzione tra sistema bancario ed economia reale. La via svedese può essere una prima opzione per muovere l’impasse e giudicare, sotto le mutate condizioni, quale delle due alternative indicate in apertura sia maggiormente percorribile. Un quantiative easing irrobustito da una maggiore circolazione del denaro al pubblico sarebbe più funzionale di una politica accomodante ma non corrisposta dalla regolare attività quotidiana del sistema finanziario.
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