Sugli algoritmi corre il potere globale. La partita tecnologica tra Stati Uniti e Cina è guerra economica e contesa per definire i nuovi standard su cui a livello globale si organizzeranno e si svilupperanno i frutti dell’innovazione di frontiera degli anni in corso e dei decenni a venire.
Viviamo un’epoca di grande transizione. L’IoT, la blockchain, il 5G e, in prospettiva, i computer quantistici si prospettano come una serie di nuovi paradigmi trasversalmente ai quali si sta sviluppando la rivoluzione concettuale dell’intelligenza artificiale. Sistema e modo di pensiero, prima ancora che tecnologia: gli algoritmi di apprendimento delle macchine e l’uso plastico dei big data da essi permesso aprono una serie di applicazioni nella finanza, nelle scienze mediche, nell’industria, nelle forze armate e nei settori strategici come l’elettronica e l’industria tali da rendere l’Ia la chiave di volta della contesa.
Gli Stati Uniti lo sanno e, al tempo stesso, proprio sull’Ia temono il sorpasso cinese. Xi Jinping ha fissato in 150 miliardi di dollari l’obiettivo di spesa per conseguire la supremazia globale nell’intelligenza artificiale entro il 2030, le compagnie statunitensi prive del coordinamento statale si trovano ad arrancare. Dalla Casa Bianca è recentemente arrivata una conferma dei timori statunitensi e della portata drastica delle conseguenze a cui Washington potrebbe arrivare.
Il giorno dell’Epifania è entrato in vigore il primo vero e proprio embargo americano sulle tecnologie di intelligenza artificiale, annunciato dal presidente Donald Trump e rimasto oscurato mediaticamente dal contemporaneo verificarsi della crisi politica Usa-Iram. “Il rischio di cedere tecnologie che potrebbero compromettere la supremazia militare statunitense è stato giudicato non più sostenibile. Anche se questa scelta si traduce in una perdita di milioni di dollari per la economia americana”, scrive Analisi Difesa.
Il nuovo provvedimento restrittivo “giunge dopo una serie di iniziative della Casa Bianca, avviate a partire dal 2018, che si sono evidentemente rivelate troppo inefficaci”. Depotenziare Huawei negli Usa, bloccare l’esportazione di prodotti strategici, usare l’arma dei dazi non mette al sicuro dal rischio che gli algoritmi Usa, immessi nel mercato, possano giungere nell’Impero di Mezzo. “Limitare gli investimenti cinesi in aziende della Silicon Valley non basta più, così come criticare aspramente le collaborazioni tra centri di ricerca stranieri e industrie USA specializzate nello sviluppo di Ia, oppure escludere dalla lista dei clienti le big corporate cinesi specializzate in sistemi di sorveglianza. E Trump, probabilmente stimolato dal Pentagono (e non solo), ha accelerato lo stop”.
Al centro del primo bando, gli algoritmi auto-apprendenti di localizzazione geospaziale, utilizzati per riconoscere con precisioni oggetti e persone all’interno di immagini e fondamentali per la Cina, che tra gli altri obiettivi mira a dare proiezione spionistica all’ampliamento della sua corsa spaziale e satellitare. L’unica nazione a cui il bando non si applica è il Canada, con cui la partnership di ricerca e cooperazione accademica è tale da rendere impossibile la costruzione di un muro divisorio.
Gli effetti dello stop sono di almeno tre diversi tipi. In primo luogo, Trump ha accelerato il protezionismo tecnologico statunitense anche a discapito dei suoi stessi alleati, ora costretti a partecipare alla corsa tecnologica e a guardare a una forzosa scelta di campo tra Washington e Pechino. In secondo luogo, gli Usa hanno innescato un braccio di ferro sui futuri sviluppi e sulle prossime applicazioni economiche degli algoritmi di Ia. Infine, l’influenza del Pentagono sul dossier tecnologico è destinato a farsi sempre più pressante.
La mossa è da ritenersi un semplice calcio d’inizio: essendo l’Ia trasversale, non sarebbe sufficiente per Washington fermarsi. C’è da valutare come eventuali bandi possano impattare sulla crescita della Cina, dato che la guerra tecnologica sul 5G non sembra essere riuscita ad affossare Huawei, e soprattutto come reagiranno sotto il profilo politico e strategico i Paesi alleati degli Usa. La mossa è anche un avvertimento all’Europa: l’incapacità di essere protagonisti nella partita tecnologica del XXI secolo rischia di rivelarsi la definitiva pietra tombale sulle ambizioni di un ruolo mondiale del Vecchio Continente.
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