La conferenza sarà a Berlino, l’organizzazione sarà dunque da intestare alla Germania e, di riflesso, riguarderà il tentativo dell’Europa di rientrare nel dossier libico. Ma i veri protagonisti saranno comunque sempre fuori dall’ambito del vecchio continente: Turchia e Russia sono pronte infatti a dettare linea e programmi sul futuro del paese nordafricano.
Le forze inviate da Ankara per sostenere Al Sarraj
Non è un caso che, alla vigilia della conferenza di Berlino, ad affilare maggiormente i coltelli sia il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Nella giornata di giovedì, ad Ankara il capo dello Stato ha parlato dei suoi piani militari in Libia, orientati ad aiutare il premier di Tripoli Fayez Al Sarraj: “Stiamo inviando le nostre truppe per sostenere la pace”, ha affermato Erdogan. Il dispiegamento turco è diventato operativo da quando, lo scorso 2 gennaio, il parlamento di Ankara ha approvato la missione in Libia. Quest’ultima è nata dalla richiesta ufficiale di aiuto del governo di Al Sarraj alla Turchia, a sua volta figlia del memorandum siglato tra lo stesso premier libico ed il presidente turco il 27 novembre. Un accordo, quest’ultimo, in cui è stata sancita una stretta collaborazione tra i due paesi anche in ambito economico.
Ed il vero interesse di Erdogan è proprio questo: andare a trivellare nel mare antistante la Libia, ricco di gas e petrolio. Un modo per conferire ad Ankara un ruolo ancora più strategico nel Mediterraneo orientale e non solo. Già nei giorni scorsi Erdogan, sempre con riferimento al paese nordafricano, aveva parlato di “difesa dei fratelli libici” e di interessi nazionali e storici turchi radicati in questa parte del Mediterraneo dagli anni della dominazione ottomana. Dunque, la Turchia sta procedendo a vele spiegate verso la definitiva attuazione dei propri piani militari in Libia. E poco importa agli occhi dei leader di Ankara se alcuni paesi, come la Grecia, hanno minacciato veti e quant’altro possa intaccare la stessa conferenza di Berlino se non verrà posta in essere l’interruzione della missione militare turca.
Ma dal paese anatolico non stanno arrivando soltanto soldati semplici. Anzi, la gran parte dei rinforzi inviati da Erdogan sono stati “pescati”, come già detto nei giorni scorsi, dalle milizie siriane impegnate nella guerra nella provincia di Idlib. Ben 2000, anche secondo il The Guardian, dovrebbero giungere dall’ultimo lembo di territorio siriano ancora fuori dal controllo del presidente Assad. Si tratterebbe, dicono fonti diplomatiche, soprattutto di miliziani turcomanni a cui è stata promessa anche la cittadinanza turca una volta terminato il conflitto. Ma non solo: in Libia starebbero arrivando molte sigle che, a partire dal 2012, sono state appoggiate da Ankara nonostante avessero evidenti posizionamenti ideologici affini all’islamismo ed alle strategie jihadiste. Un elemento quest’ultimo che ha posto non poche preoccupazioni in capo alla stessa Europa. I soldati regolari inviati da Ankara sarebbero appena 35 ed avrebbero il compito di supporto alle forze filo Al Sarraj. Inoltre, come si è appreso da fonti libiche, dalla Turchia sarebbero arrivati anche 350 membri delle forze speciali. Una presenza, quella turca e filo turco, di un certo peso e di cui sarà pressoché impossibile non tenerne conto.
I malumori della Russia su una possibile missione Onu
Da Mosca, lì dove nei giorni scorsi si è tenuta una due giorni delicata di incontri per arrivare a definire almeno una tregua, intanto sono emerse non poche perplessità su una possibile missione europea in Libia. La Russia, che sul campo può contare sui contractors della Wagner posti a sostegno di Haftar, è sempre più protagonista del dossier libico e sta provando a ritagliarsi il ruolo di principale mediatrice. Putin ha più volte sentito Angela Merkel negli ultimi giorni, probabilmente il presidente russo, così come quello turco, sarà a Berlino in occasione della conferenza. Ma, come detto prima, il Cremlino avrebbe molti dubbi sull’effettiva riuscita di una possibile missione europea in Libia.
Così come scritto su La Stampa, fonti diplomatiche russe avrebbero messo in guardia gli attori europei dall’effettuare un’operazione nel paese nordafricano sotto l’egida dell’Onu. Il motivo risiederebbe nei rischi troppo elevati della missione, all’interno peraltro di uno scenario tutt’altro che chiaro: “La Libia non è il Libano”, ha scritto Francesco Semprini sempre su La Stampa, in riferimento al fatto che sia da Roma, principale promotrice della missione, che da Bruxelles sta emergendo la tendenza ad effettuare una missione in libia sullo stile di quella promossa nel 2006 nel paese dei cedri.
Dunque, alla luce di quanto sopra scritto, ben si può vedere come sia la Russia che la Turchia siano al momento gli unici paesi a poter in questo momento esprimere le più importanti considerazioni sul dossier libico. E come, soprattutto, abbiano in tasca almeno una strategia in grado di cambiare le sorti della Libia. L’Europa, dal canto suo, nonostante i recenti tentativi sta continuando in questo momento a muoversi con un certo affanno.
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