La crescita economica peggiore degli ultimi 29 anni e un crollo delle nascite come non si vedeva dal 1952. All’indomani dalla tregua commerciale con gli Stati Uniti, la Cina deve pensare al più presto a come risolvere due dei più grandi problemi socio-economici che minacciano il suo futuro come superpotenza globale.
Partiamo con la frenata economica: la disputa tariffaria con Washington (in corso da circa due anni) ha dissanguato Pechino. Anche se il presidente Xi Jinping è stato bravo a nascondere la debolezza del Paese, un po’ facendo la voce grossa ma soprattutto aprendo i rubinetti della Banca Popolare Cinese per allentare la pressione su banche, imprese e cittadini, i numeri sono inequivocabili.
Nel 2019 l’economia della Cina ha registrato una crescita del 6,1%. Il valore è in linea con l’obiettivo fissato dal governo (compreso tra il 6% e il 6,5%) ma rappresenta il livello più basso mai emerso dal 1990 a oggi. Il risultato è in linea con le attese, e in calo rispetto al 6,6% di crescita del 2018.
Scendendo più nel dettaglio, nel quarto trimestre dell’anno appena passato l’economia è cresciuta del 6% su base annua, mentre la crescita su base congiunturale nel periodo intercorso tra ottobre e dicembre scorsi è stata dell’1,5% contro il +1,4% del trimestre precedente.
I record negativi dell’economia
In Cina non c’è nessun allarmismo ma per rimettere in carreggiata il Paese, nel 2020, il governo metterà in atto una serie di misure di sostegno all’economia. Secondo il direttore dell’Ufficio Nazionale di Statistica cinese, Ning Jizhe, i dati ottenuti sarebbero “normali” perché il Partito Comunista cinese non è più alla ricerca di un’alta crescita economica. In altre parole, ai vertici del potere basta soltanto che la Cina continui a crescere.
Sarà anche vero, ma sul tavolo ci sono altri due record negativi, sempre collegati all’economia. Per la prima volta in dieci anni la produzione di alluminio è in calo (-0,9% rispetto all’anno precedente). Una simile diminuzione è dovuta al raffreddamento della domanda interna, che ha risentito (e non poco) dei contraccolpi del braccio di ferro economico con Washington.
Attenzione però, perché non c’è solo la guerra dei dazi a tenere in apprensione Pechino. Lo scorso anno l’epidemia di peste suina africana ha falcidiato la maggior parte degli allevamenti di maiali presenti nel Paese. La produzione di carne di maiale ne ha ovviamente risentito. Questa si è fermata a quota 42,55 milioni di tonnellate, in calo del 21,3% rispetto al dato del 2018 e ai livelli più bassi dal 2003.
Crollo demografico
Archiviati gli spinosissimi nodi economici, è il turno di analizzare il problema sociale derivante dalla diminuzione delle nascite. Gli ultimi numeri ufficiali sono a dir poco allarmanti: il calo demografico non si ferma, e a poco è bastata l’abolizione della politica del figlio unico da parte delle autorità.
Nel 2019 si sono registrate 14,65 milioni di nascite. Calcolatrice alla mano: 10,48 nati ogni 1000 persone, cioè 590mila nascituri in meno rispetto al 2018. Anche qui siamo di fronte a un record negativo: si tratta del livello più bassi mai raggiunto dal Paese dall’avvento del regime comunista.
Per quale motivo è accaduto ciò? Le cause sono molteplici: si va dalla diminuzione delle donne in età fertile a una cultura del lavoro fin troppo totalizzante, dall’elevato costo delle abitazioni alle altrettanto eccessive spese collegate al mondo dell’istruzione. Nel frattempo la popolazione dell’ex impero di Mezzo continua a invecchiare. Gli over 65, sempre nel 2019, hanno raggiunto il 12,6% del totale. Nel 2018 erano l’11,9%.
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