Dopo gli scroscianti applausi che hanno accompagnato i proclami ambientalisti di Ursula von der Leyen, iniziano a fare capolini i primi dubbi sul mastodontico Green Deal annunciato dall’Europa. “Mobiliteremo almeno mille miliardi di euro per trasformare l’Europa in un continente verde da qui al prossimo 2050″, ha dichiarato a più riprese il presidente della Commissione europea, scaldando gli animi dei gretini dell’ultim’ora.
Il mastodontico progetto è stato discusso e, alla fine, approvato ieri dal Parlamento europeo con 482 sì, 136 no e 95 astensioni. La risoluzione presentata da von der Leyen è dunque passata alla fase due. Adesso Bruxelles dovrà impegnarsi per mettere in campo gli strumenti necessari, ma soprattutto i fondi, per azzerare le emissioni di gas serra e combattere così il cambiamento climatico.
L’idea c’è, l’intenzione di portarla avanti anche. Mancano, tuttavia, sia un piano operativo che i soldi, e a questi livelli non è poco. Ad esempio, i famosi “mille miliardi” non esistono concretamente; rappresentano soltanto la cifra che l’Ue spera di attivare ricorrendo a vari espedienti. Certo, c’è comunque da scommettere che i tecnocrati europei faranno di tutto per raccimolare quanto necessario, in barba ad austerity e conti da mantenere in equilibrio. Ma al momento c’è ben poco di cui gioire.
Un piano nato zoppo
La provenienza dei soldi è il primo anello debole del piano. A quanto pare, quasi 500 miliardi arriveranno dal bilancio dell’Unione Europea, 115 dal cofinanziamento nazionale in base al Pil dei Paesi membri e il rimanente da vari investimenti privati e dalla Banca europea per gli investimenti (Bei).
Qui bisogna subito evidenziare una serie di pericoli, a cominciare dal Just Transition Fund (Jtf), un fondo creato ad hoc per aiutare i Paesi più “poveri” a voltare pagina, chiudere con il passato inquinante e attuare una riconversione economica capace di abbracciare politiche green.
In altre parole, questo fondo esiste soltanto per convincere alcuni Stati guardinghi, Polonia in primis, ad abbracciare il nuovo piano europeo: offre soldi in cambio di consenso. Il problema è che i soldi mobilitati dal Jft non andranno a finire tutti nelle casse dei più bisognosi. Nella lista dei beneficiari troviamo, ad esempio, anche la Germania, che di “povero” ha ben poco.
Soldi persi e pochi vantaggi
Per l’Italia il conto da pagare per alimentare il Green Deal è particolarmente salato. Il nostro Paese dovrà contribuire alla causa versando circa 900 milioni di euro, anche se Roma ne riceverà appena 364 dal Jft (perdendone di fatto 536).
Al disavanzo abbastanza evidente, bisogna poi aggiungere un altro aspetto. Come sottolinea Il Fatto Quotidiano, nel caso in cui non venisse concesso lo scorporo dal decifit degli investimenti verdi, soltanto quei Paesi dotati di uno spazio fiscale adeguato potranno seguire la strada tracciata dalla von der Leyen.
L’Italia potrà farlo solo in un caso: diminuendo le spese della stessa cifra investita in politiche green. Piccolo problema: la Germania e la stessa von der Leyen sono contrarie a ogni tipo di scorporo.
Dulcis in fundo, è interessante notare come il Green Deal rischi di essere un carrozzone buono a finanziare soltanto i governi più ricchi d’Europa. Che sono anche quelli che producono più gas serra. Già, perché il Jtf, al fine di distribuire denari e aiuti, prende in esame criteri a dir poco ambigui, tra cui l’intensità di emissioni nocive, l’occupazione nei settori del carbone e della lignite e la produzione di torba.
Risultato: Paesi come Germania, Francia e Olanda dovrebbero ricevere contributi dal fondo. Morale della favola: l’Europa potrebbe pagare la transizione al green solo per le economie più avanzate. Dimenticandosi di tutte le altre.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



