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Politica

La scomoda posizione di Xi Jinping: capro espiatorio o padrone della Cina?

Si fa presto a dire che Xi Jinping è il capo assoluto della Cina e che tutto quello che accade oltre la Muraglia dipende  esclusivamente dal suo volere. In realtà il presidente cinese è soltanto la punta dell’iceberg di un...

Si fa presto a dire che Xi Jinping è il capo assoluto della Cina e che tutto quello che accade oltre la Muraglia dipende  esclusivamente dal suo volere. In realtà il presidente cinese è soltanto la punta dell’iceberg di un sistema politico farraginoso e complesso, oscuro e complicato al tempo stesso. Certo, Xi ricopre le cariche più importanti dell’ex Impero di Mezzo: è il Presidente della Repubblica Popolare cinese, il Segretario generale del Partito Comunista cinese (Pcc), il presidente della Commissione Militare Centrale del Pcc e il Comandante delle Forze Armate. In altre parole, lo Stato, il partito e l’esercito sono agli ordini di Xi Jinping. Il quale, in seguito all’approvazione della modifica della Costituzione da parte dell’Assemblea nazionale del Popolo cinese (11 marzo 2018), non deve più sottostare al limite dei due mandati. Detto altrimenti, Xi può potenzialmente restare in carica per un terzo o anche un quarto mandato. Può governare la Cina a vita. La realtà è tuttavia molto più complessa della teoria.

Il deep state cinese

Anche il signor Xi, da molti considerato l’uomo più potente al mondo, è limitato da una serie di argini difficilmente superabili. Sulla carta il leader cinese ha in mano le redini della nazione più popolosa della terra, eppure si deve sempre muovere con una certa circospezione tra i meandri del deep state in versione cinese. Il Pcc, a differenza di quanto si possa immaginare, è infatti diviso in più anime, ognuna delle quali portatrice di una differente visione del mondo e di un diverso modo di approcciarsi ai problemi legati alla politica interna ed estera della Cina.

Per semplificare al massimo, possiamo affermare che le fazioni principali in seno al Pcc sono due: i cosiddetti “populisti” e gli “elitisti”. I primi, i populisti, sono i più spostati a “sinistra”, chiedono più Stato e meno mercato; la maggior parte degli esponenti proviene da famiglie poco privilegiate e mantiene solidi legami politici con le province interne. Gli elitisti ospitano invece tra le propria fila numerosi “principini”, cioè gli eredi dell’aristocrazia comunista nazionale. La loro base di riferimento non è tanto il popolo in senso lato quanto gli imprenditori. Questi esponenti sono inoltre favorevoli ad aprire la Cina al mercato esterno, propongono continue riforme economiche e hanno fatto carriera nelle ricche regioni costiere o nelle amministrazioni commerciali del Paese. All’interno della fazione populista troviamo anche gli appartenenti alla corrente “neomaoista”. I neomaoisti, per lo più marxisti ortodossi e visti con sospetto dagli elitisti, guardano con una certa nostalgia all’epoca in cui a governare la Cina era il Grande Timoniere Mao. Se alle varie anime politiche aggiungiamo le istanze sposate dai vertici militari dell’esercito, il tutti contro tutti è servito.

Una posizione scomoda

L’attuale presidente cinese è considerato un mediatore tra le diverse anime del sistema cinese. Eppure anche per lui sta diventando sempre più complicato mettere tutti d’accordo. Sul tavolo ci sono numerosi nodi spinosi da sciogliere al più presto: la guerra dei dazi con gli Stati Uniti, la gestione delle agitazioni di Hong Kong, il rallentamento dell’economia e il processo di apertura economica. Come se non bastasse si contrappongono due modelli di sviluppo del Paese contrapposti: da una parte ci sono quelli che preferirebbero favorire le aree urbane, dall’altra c’è chi chiede un occhio di riguardo per le aree agricole. Con la Nuova Via della Seta, Xi ha intenzione di accontentare entrambi. Il problema è che questo mastodontico progetto ha richiesto (e richiederà) centinaia e centinaia di miliardi di investimenti pubblici: soldi, va da sé, che avrebbero potuto essere utilizzati diversamente. Insomma, una bella patata bollente per Xi Jinping: la politica cinese gli avrà pure steso il tappeto rosso che porta al potere ma la posizione dell’attuale presidente è molto scomoda. Nel caso in cui la Nuova Via della Seta dovesse rivelarsi un flop, tutte le colpe saranno imputate al capro espiatorio Xi. Ed è forse proprio per questo che l’Assemblea nazionale ha approvato l’abolizione del termine dei due mandati presidenziali con una maggioranza bulgara (2.958 voti favorevoli, 3 astenuti e 2 contrari). Perché in caso di fallimento sarà più facile dare la colpa a qualcuno.





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