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L’illusione dell’Europa: ora bisogna cambiare i Trattati

Economisti, esperti, analisti: la lista è lunghissima. Tutti quelli che fino a ieri sostenevano a spada tratta le cause dell’Europa di fronte a ogni evidenza sono adesso convinti che il modello di crescita adottato dall’Unione europea sia giunto al capolinea....
Banca centrale europea

Economisti, esperti, analisti: la lista è lunghissima. Tutti quelli che fino a ieri sostenevano a spada tratta le cause dell’Europa di fronte a ogni evidenza sono adesso convinti che il modello di crescita adottato dall’Unione europea sia giunto al capolinea. Perfino il Financial Times, il prestigioso quotidiano londinese filo Ue, ha pubblicato un articolo dal titolo emblematico: “È l’austerità che ha distrutto il centro dell’Europa. Non i populisti”. Da questo punto di vista la Germania è un chiaro monito che dovrebbe essere preso in considerazione dall’intera comunità europea. Berlino ha infatti puntato sull’austerity, ma anziché continuare a crescere, nel giro di pochi anni, il governo tedesco è finito dove si trova oggi: in crisi nera. Allora, se l’austerità è una manovra suicida, perché Bruxelles continua a utilizzarla? La risposta, come ha spiegato nel dettaglio il costituzionalista Alessandro Mangia al quotidiano Italia Oggi, va cercata all’interno dei Trattati che stabiliscono il funzionamento dell’Ue.

La robotizzazione della politica

Intanto il citato funzionamento dell’Ue è “irrazionale” per un semplice motivo. Il fatto che si sia insediata una nuova Commissione europea è del tutto irrilevante dal punto di vista politico, perché “la debolezza dell’Unione Europea non dipende dall’ampiezza della maggioranza che manda in carica la Commissione”. Bruxelles si regge infatti su complesse dinamiche “della rappresentanza di interessi”. In altre parole, le istituzioni europee non sarebbero altro che luoghi all’interno dei quali si affrontano interessi e non proposte politiche. Il risultato è “la modifica di qualche tabella o di qualche allegato di una direttiva o di un regolamento Ue. Che a sua volta sfavorisce o avvantaggia qualche settore produttivo in qualche parte d’Europa”. La disillusione è completa quando il professor Mangia spiega che quello che si svolge nelle alte camere dell’Europa è semplicemente un “lavoro di funzionariato”. Un lavoro, insomma, “in larga misura indipendente dalla composizione di quello che in uno Stato dovrebbe essere il vertice politico”.

Trattati da rivedere

Unendo il tema dell’austerità alla robotizzazione della politica si capisce perché la misura una volta tanto cara alla Germania continua a essere proposta da Bruxelles come panacea per tutti i mali, anche di fronte all’evidenza. L’Unione europea non è uno Stato nazionale e neppure federale, quindi “il suo indirizzo politico non è dato dagli esiti delle elezioni europee”. Da che dipende, allora, la sua linea? È semplicemente inscritta nella “lettera dei Trattati”, ovvero “ nel sistema che, da Lisbona in poi, si compone di Tue e Tfue e di tutta un’altra serie di atti che compongono l’assetto istituzionale dell’Unione”. La Commissione decide “solo l’attuazione” di tali trattati “non il contenuto”, nonostante queste scelte determinino la sopravvivenza dei vari governi. È “più un notaio che non un vero decisore politico” visto che la citata Commissione non deve far altro che formalizzare e rendere vincolati per un intero continente accordi e intese già esistenti. Ma c’è un altro punto sul quale vale la pena focalizzare l’attenzione, ed è quello che riguarda il già accennato funzionamento della macchina Europa. Molti accordi risalgono ai primi anni ’90. Che senso ha, dunque, pretendere che queste regole continuino a essere valide quasi 30 anni dopo? Basti pensare che i parametri del 3% e del 60% rintracciabili nel trattato di Maastricht sono stati fissati con una previsione di crescita del 5% nominale all’anno. Una previsione plausibile a cavallo tra la fine degli anni’80 e l’inizio dei ’90 ma un po’ anacronistica alle porte del 2020.





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