Dalla prossima settimana dovrebbe iniziare il ritiro di circa 4.000 soldati statunitensi dall’Afghanistan, stando a quanto dichiarato dal segretario alla Difesa Mark Esper lo scorso 16 dicembre che ha confermato l’indiscrezione riportata da NBC News. Il presidente Donald Trump avrebbe deciso, insieme ai vertici politici e militari del Pentagono e del Dipartimento di Stato, di procedere a una sostanziosa diminuzione del personale impiegato in Afghanistan nonostante che la situazione ancora critica nel Paese (l’11 dicembre scorso un’autobomba vicina all’aeroporto di Bagram ha ucciso 2 civili e ne ha feriti 70) e che non sia stato ancora trovato un accordo di pace con i talebani. I colloqui sono ripartiti dopo l’interruzione di settembre, grazie alla decisione del Rappresentante speciale per la riconciliazione in Afghanistan, Zalmay Khalilzad di unirsi alle trattative diplomatiche tra Stati Uniti e talebani.
Nel caso in cui dovesse essere confermato ufficialmente il ritiro di parte del contingente, gli Stati Uniti manterrebbero una presenza importante forte dei circa 8-9 mila soldati (rispetto ai 12-13 mila attuali) che rimarrebbero di stanza in Afghanistan. Il segretario alla Difesa ha spiegato che il ritiro è stato immaginato anche basandosi sulle effettive necessità operative che permetterebbero di impiegare un minor numero di soldati, liberando così importanti risorse umane e logistiche pronte per essere impiegate in altri teatri considerati prioritari dall’amministrazione statunitense. L’idea del Pentagono, infatti, è di riportare in “patria” una parte dei soldati impegnati in Afghanistan in modo tale da poterli addestrare ad affrontare nuove situazioni operative e ambientali, allo scopo di impiegarli nuovamente nella zona dell’Indo-Pacifico, in Medio Oriente e in Europa.
Le possibili aree di reimpiego
Stando alle parole di Mark Esper, parte dei soldati statunitensi che verranno ritirati dall’Afghanistan verranno reimpiegati nella zona del Pacifico, probabilmente tra la Corea del Sud, Giappone e Filippine per “contrastare” ogni eventuale azione aggressiva da parte della Corea del Nord; ma soprattutto allo scopo di mantenere elevata la pressione e la deterrenza nei confronti della Cina. Il reale obiettivo degli Stati Uniti è di mantenere elevate le capacità di reazione rapida nell’Estremo Oriente, impedendo ogni potenziale attività di espansione da parte di Pechino nella zona che va dal mar Cinese meridionale fino al Giappone, passando ovviamente per Taiwan. L’accordo di assistenza militare tra Stati Uniti e Filippine rinnovato la scorsa estate farebbe immaginare che potrebbe sorgere presto una base militare “temporanea” nel Paese del Sud-Est Asiatico, preoccupato dalla politica estera aggressiva della Cina verso il mar Cinese meridionale. Il teatro prioritario per gli Stati Uniti potrebbe essere proprio questo e il parziale ritiro dall’Afghanistan (se ci sarà) darebbe modo a Washington di inviare truppe in una zona, finora, parzialmente, “scoperta”.
Se la destinazione delle unità “liberate” dal possibile ritiro dall’Afghanistan non dovesse essere le Filippine, potrebbe esserlo il Giappone e la Corea del Sud dove vi sono circa 78.000 soldati delle diverse forze armate. Missioni considerate fondamentali dal Congresso e in generale dalla politica americana, nonostante che il Presidente e il Pentagono hanno richiesto un maggior contributo economico da parte dei governi di Seoul e di Tokyo per mantenere le truppe statunitensi oltreoceano. Difficilmente quell’area sarà soggetta a un ritiro da parte di Washington, ma anzi probabilmente l’impegno è destinato a crescere di pari passo con l’aumentare della potenza militare cinese, vista sempre di più come una potenziale minaccia non solo per l’equilibrio regionale ma anche per quello mondiale.
L’impegno continuo per la sicurezza
Difficilmente saranno aumentate le truppe di stanza in Medio Oriente, specialmente perché in Arabia Saudita e nei Paesi che affacciano sul Golfo Persico sono già impiegati circa 65.000 soldati, anche grazie ai 14 mila militari arrivati negli ultimi mesi a seguito delle nuove tensioni con l’Iran. In generale, per l’area, il Pentagono vuole garantire la capacità di prevenire ogni attacco contro alleati o installazioni militari, ma al tempo stesso assicurarsi di poter rispondere adeguatamente nel caso di un conflitto su scala regionale. Un discorso simile può essere fatto per l’Europa. La minaccia portata dalla Russia è considerata elevata dal Dipartimento della Difesa, ma non così da far immaginare un aumento del numero di militari alle cifre della Guerra Fredda, quando nel Vecchio Continente erano stanziati circa 300 mila soldati. L’interesse di Washington verso la sicurezza degli alleati europei rimane comunque elevatissimo e di vitale importanza per la stabilità dell’Occidente ed è stato dimostrato dall’invio di 4.500 soldati nei Paesi Baltici e in Polonia, oltre che dall’invio di un numero maggiore di aerei, navi e sistemi di difesa antimissile.
Sembra quasi scontato che se dovessero essere ritirati 4.000 soldati dall’Afghanistan, buona parte di questi verrà inviata nel Pacifico per contrastare l’espansionismo cinese. Resta comunque da vedere se verrà dato atto a quanto dichiarato dal Pentagono, perché finché i talebani non dimostreranno di mantenere le promesse fatte durante i colloqui difficilmente gli Stati Uniti diminuiranno il loro impegno in Afghanistan. L’obiettivo principale rimane salvaguardare il debole governo di Kabul ed evitare che il Paese dell’Asia Centrale torni a essere una base sicura per i terroristi, o che apra le porte a un ingresso economico e politico di Pechino in una zona importante strategicamente.
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