Secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea, come reso noto dall’agenzia di stampa Bloomberg, la crescita economica è stata mediamente superiore alle aspettative. Sulla valutazione hanno pesato soprattutto i dati relativi all’industria manifatturiera e al settore terziario, i cui risultati saranno superiori alle aspettative. Nonostante infatti la contrazione di mercato rispetto al 2018 del settore manifatturiero, i rendimenti globali e la difficile questione dei dazi avrebbero suggerito risultati peggiori, che sono stati parzialmente contenuti. La crescita maggiore è stata invece riscontrata nel settore dei servizi che sono stati in grado di sopperire alle mancanze del secondario.
Considerando l’evoluzione dei mercati globali, l’Europa nel complesso è stata in grado di correre ai ripari per non ricadere nuovamente nella recessione. Se invece si considerano gli Stati singolarmente, si conviene come i risultati migliori siano stati ottenuti dai Paesi del nord e dal blocco di Visegrad, con i Paesi dell’Europa meridionale che hanno subito maggiormente il colpo del rallentamento globale.
L’Italia cucchiaio di legno d’Europa
Le previsioni di inizio anno sono state confermate: l’Italia è il Paese con il tasso di crescita più basso d’Europa, col rischio di chiudere in pari rispetto al 2018. Considerando inoltre l’impatto dei dazi americani sulle importazioni dei prodotti caseari dal nostro Paese, il rischio di essere l’unico Paese a crescita negativa nel 2019 è più reale che mai. Com’è possibile che l’Italia, terza economia d’Europa e seconda nel manifatturiero, non riesca a tenere il passo dei competitors europei?
La risposta a questo quesito è da ricercarsi in due problemi che da anni attanagliano la nostra economia, dati da una scarsissima componente di investimenti esteri ed una costante delocalizzazione delle filiere produttive del nostro Paese. Non essendo stati in grado di garantire un adeguato livello di garanzie giudiziarie (come nel caso dell’Ilva) e non avendo prodotto un apparato fiscale in grado di tener conto delle esigenze dei singoli mercati, le aziende hanno scelto di rivolgere le proprie attenzioni verso altri Stati del continente.
Libero mercato europeo: un’arma a doppio taglio
Con la possibilità data alle società di servizi dagli accordi di libero mercato di operare all’interno dei Paesi dell’Unione europea, gli Stati con un’alta pressione fiscale hanno subito gli impatti peggiori. Potendo infatti decidere di stabilire la sede sociale in un Paese a bassa pressione fiscale (come l’Estonia ed il Lussemburgo) mantenendo l’operatività in tutta l’Unione europea, le grandi società hanno optato per la soluzione fiscalmente più vantaggiosa. Tutto ciò che non viene pagato in tasse, infatti, è utile societario. Questo strumento, che originariamente doveva essere garanzia di collaborazione internazionale, è diventato strumento di arricchimento per i Paesi dalle ridotte spese statali e sanguinosa perdita per quelli di maggiori dimensioni.
Senza un adeguato strumento fiscale studiato per le compagnie off shores, l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa meridionale hanno subito in maggiormente questo approccio operativo. Mancanze attribuibili sicuramente al nostro ministero dell’Economia, nonostante però vada rilevato un
Le nostre tasse all’Europa?
L’essersi muniti anzitempo di una legislazione approfondita che tuteli le società operanti esclusivamente sull’estero ha messo Paesi quali la Germania, il Lussemburgo, l’Irlanda e l’Estonia in una posizione di vantaggio rispetto al resto dell’Europa. Sebbene non se ne faccia caso, quasi tutti gli strumenti finanziari paralleli ed interni al mercato bancario che utilizziamo tutti i giorni sono registrati o operano da uno dei quattro Paesi. Qualità che può essere riscontrata anche nei colossi del web quale, a titolo di esempio, Amazon (che opera da Lussemburgo, come si può evincere da un qualsiasi messaggio di addebito su carta di credito).
Spostare i capitali provenienti dal mercato italiano a quello di un altro Paese dell’Unione europea provoca però un particolare tipo di elusione fiscale, che più o meno velatamente viene coperta dai governi degli Stati che ne traggono beneficio. La motivazione addotta, banalmente, è quella che sostiene che “la legge lo permette”. In effetti, però, le cose stanno proprio in questo modo.
Non avendo però modo di difendersi adeguatamente da questo approccio “pirata” dei nominalmente alleati europei, l’Italia ha l’obbligo di studiare delle contromisure per contrastare questa dispersione di beni erariali che possano soddisfare le esigenze di crescita della nostra economia. Con la stipula degli accordi sul libero mercato Stati come Germania, Francia e Benelux in generale hanno ottenuto vantaggi notevoli a discapito del nostro Paese. Studiare un approccio difensivo efficace è indispensabile per non occupare ancora a lungo l’ultima posizione in quanto a crescita economica, dietro addirittura ad Atene. Tutto questo però accadrà quando ci si renderà conto che lo strumento migliore per incrementare il proprio gettito fiscale viene dato dalle occasioni di investimento e non dalla tassazione dei beni di uso comune. Altrimenti, oltre al danno di un mancato incasso, il popolo italiano si prende addirittura la beffa di pagare la tassa sulla plastica e sulle bevande zuccherate, affinché lo Stato riesca a recuperare l’elusione fiscale di una società operante in Italia, ma che dichiara dove la pressione è inferiore al 3%.



