La crisi economica dell’Argentina continua a preoccupare gli osservatori internazionali ma anche l’establishment politico della nazione. Il presidente Alberto Fernandez ha ricordato, nel corso di una visita di Stato in Messico, come il debito pubblico di Buenos Aires sia un problema che dovrà essere risolto dalla sua amministrazione. Il Capo di Stato ha espresso preoccupazione per l’ammontare del debito, che si aggira intorno ai 100 miliardi di dollari e per i termini, piuttosto stretti, con cui esso andrà onorato. Il leader peronista ha poi criticato il Fondo Monetario Internazionale, ritenuto corresponsabile di quanto sta accadendo e poco gradito all’amministrazione progressista.
I propositi belligeranti della nuova presidenza sono stati poi ulteriormente rinfocolati dalle dichiarazioni di Felipe Solà, uno degli aspiranti candidati alla poltrona di Ministro degli Esteri. Quest’ultimo ha affermato che Buenos Aires non cambierà le proprie posizioni sul Venezuela e su altri punti programmatici solamente perché indebitata con gli Stati Uniti. I peronisti progressisti sono considerati vicini al presidente venezuelano Nicolas Maduro mentre la presidenza liberale uscente, guidata da Mauricio Macri, si era schierata a favore dell’oppositore Juan Guaidò.
Un momento difficile
Le parole di Fernandez e Solà trascurano, però, un dettaglio importante. L’Argentina ha contratto, lo scorso anno, un debito di 57 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale che, a sua volta, ha erogato al Paese uno dei prestiti maggiori di sempre. Gli Stati Uniti sono il principale azionista dell’FMI ed un approccio soft, da parte di Buenos Aires, alla questione venezuelana rischia di rendere più difficili le trattative per la rinegoziazione del dovuto.
Il Presidente Fernandez aveva dichiarato, durante la campagna elettorale, che l’Argentina avrebbe abbandonato il Gruppo di Lima (una libera associazione di Stati nata nel 2017 per favorire lo svolgimento di elezioni libere a Caracas) e si sarebbe allineata alle posizioni di Messico ed Uruguay, meno critici nei confronti del regime venezuelano. Il peronista si era anche rifiutato di definire come dittatura l’esecutivo retto da Maduro. Non sembra, comunque, che Alberto Fernandez abbia molto margine di manovra sulla questione del debito pubblico argentino: la crisi economica della nazione è piuttosto grave e la situazione potrebbe degenerare rapidamente.
Le prospettive
I parametri vitali del sistema produttivo di Buenos Aires continuano a suscitare preoccupazione: la valuta nazionale si è molto indebolita nei confronti del dollaro americano, il 35 per cento della popolazione del Paese vive sotto la soglia di povertà mentre l’inflazione viaggia su un tasso di circa il 56 per cento annuo. La Banca Centrale argentina, nel tentativo di evitare un crollo del peso, ha imposto nuovi limiti all’acquisto di dollari americani da parte della popolazione e nel solo primo quadrimestre del 2019 l’economia si era contratta del 5.4 per cento.
La sconfitta di Mauricio Macri è stata determinata proprio dalla pessima performance economica della nazione latinoamericana e non è detto che lo stesso destino oppure una situazione di caos non possa colpire anche Alberto Fernandez e la sua presidenza. Il Presidente, poi, dovrà anche guardarsi dai possibili pericoli del fuoco amico: la sua vice è Cristina Fernandez de Kirchner, ex Capo di Stato tra il 2007 ed il 2015 e molto amata dalla sua base elettorale. La Kirchner ha assunto, nel corso dei suoi mandati, posizioni molto favorevoli nei confronti del governo socialista del Venezuela e la sua popolarità rischia di mettere in ombra quanto deciso da Fernandez. Il futuro del Paese, in conclusione, dipenderà anche dalle strategie adottate dalla classe dirigente per provare a far uscire l’Argentina dalle sabbie mobili di una crisi molto dura.
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