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Guerra

Le spese militari nel mondo in continua ascesa

La spesa nell’industria militare è ai massimi livelli storici in tutto il mondo. Lo afferma il rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), il think tank svedese che monitora il livello di impiego di risorse nella produzione e...
Esercito cinese

La spesa nell’industria militare è ai massimi livelli storici in tutto il mondo. Lo afferma il rapporto annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), il think tank svedese che monitora il livello di impiego di risorse nella produzione e nel commercio di armamenti a livello globale.

Secondo il Sipri, nel 2018 la spesa militare mondiale è stata di 1.822 miliardi di dollari, pari al 2,1% del prodotto interno lordo globale o a 215 dollari per ogni essere umano. La primazia statunitense si conferma dopo che l’amministrazione Trump ha imposto un rafforzamento del budget per le forze armate per la prima volta dal 2012, portando lo stanziamento a stelle e strisce a 649 miliardi di euro, circa il 36% del totale mondiale. I Paesi Nato, da soli, totalizzano 1.036 miliardi di dollari, poco meno del 57% della spesa mondiale.

Dopo gli Stati Uniti si classifica la Cina, intenta a rafforzare il suo apparato militare con un budget da 250 miliardi di dollari, mentre sul podio l’Arabia Saudita sorpassa di stretta misura India, Francia e Russia (tutte sopra i 60 miliardi) con 67,6 miliardi di dollari, l’8,8% del Pil del regno wahabita, dovuti principalmente ai gravi oneri finanziair della guerra in Yemen e alla mancanza di un’industria degli armamenti che la rende il primo importatore mondiale di armi.

Il Medio Oriente sta trainando una corsa al commercio globale di armamenti che non ha eguali dalla fine della Guerra Fredda, come riportato da Global Trade. 95 miliardi di dollari il valore di tale mercato, con Paesi come Stati Uniti e Russia che fanno la parte del leone tra gli esportatori (57%) oramai non pensando solo a ragioni di equilibrio strategico ma guardando anche al dato economico in senso stretto. Esportare armi significa generare ampie commesse per la manifattura ad alto valore aggiunto nazionale, generare occupazione interna e, di conseguenza, Pil. Donald Trump esemplifica questa svolta con la sua totale mancanza di pudore strategico, dimostrata inviando Mike Pompeo a Roma a trattare gli accordi “parmigiano per F35” trattando una questione di stretta rilevanza militare (l’acquisto da parte dell’Italia del progredito e costoso caccia multiruolo Usa) come parte di un baratto economico nel dibattito sui dazi.

Del resto l’inquietudine del mondo e la sempre maggiore localizzazione di focolai di crisi rende sempre più facile lo sdoganamento di questo scenario. Tanto che sia il campo dei grandi esportatori di armi che quello dei maggiori importatori va sempre più polarizzandosi tra gruppi ristretti di Paesi. Nel primo campo gli già citati Usa e Russia, seguite da Francia, Germania e Cina; nel secondo, assieme all’Arabia Saudita, altri quattro Stati (India, Egitto, Australia e Algeria) concorrono a costituire il 35% dell’import.

Risulta difficile bilanciare un tale aumento delle spese globali in forze armate con l’incremento delle potenziali fonti di minaccia strategica e dei focolai di crisi nel mondo. L’incentivo politico a favorire i vari complessi militari-industriali, molto spesso, prevarica le ragioni strategiche reali. L’ onere militare – le spese militari di ciascun Paese in percentuale del suo Pil – è calato in ogni parte del mondo fuorché in quella a minor tasso di crescita, l’Europa. Trainata dagli inviti Usa a toccare il 2% nel rapporto tra spese e militari Pil che farà felice il complesso militar-industriale: Lockheed Martin, Boeing e Rayethon, tre aziende Usa, occupano il podio dei maggiori player del mercato delle armi mondiale e pregustano l’espansione nel mercato europeo, come dimostrato da recenti e fruttuosi accordi siglati con Washington dalla sempre più atlantica Polonia. Chissà cosa direbbe, se fosse ancora in vita, il presidente Dwight Eisenhower di questo conflitto d’interessi miliardario.





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