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Il Libano è sull’orlo del collasso economico

La crisi economica e finanziaria del Libano, una delle nazioni più indebitate del mondo, sta causando tumulti e dimostrazioni in diverse località del Paese. Alcune centinaia di persone hanno bloccato le principali arterie della capitale Beirut, marciando verso il Parlamento...

La crisi economica e finanziaria del Libano, una delle nazioni più indebitate del mondo, sta causando tumulti e dimostrazioni in diverse località del Paese. Alcune centinaia di persone hanno bloccato le principali arterie della capitale Beirut, marciando verso il Parlamento ed inneggiando a slogan contro il capitalismo. In altre località i dimostranti hanno occupato le autostrade mentre a Tripoli, la seconda città del Libano, è stato dato alla fiamme un ritratto del premier Saad al-Hariri. Le cause della crisi sono molteplici: l’instabilità politica, che scaturisce in lunghe trattative per la formazione degli esecutivi tra i numerosi partiti settari della nazione, gli alti livelli di corruzione e l’afflusso dei profughi siriani in fuga dal conflitto nella vicina Damasco. Il debito pubblico ammonta ad ottantasei miliardi di dollari, per un rapporto debito/Pil del 150 per cento ed i principali donatori internazionali, che sarebbero pronti ed elargire aiuti per undici miliardi dollari per stimolare l’economia locale, non hanno intenzione di intervenire a meno che Beirut non inizi un percorso di riforme.

Una situazione precaria

La stabilità della lira libanese, che viene scambiata con il dollaro ad un tasso fisso sin dal 1997, sembra sempre meno radicata ed iniziano a palesarsi i primi segnali di svalutazione, un fenomeno destinato a generare ulteriore panico e rabbia tra la popolazione, spaventata anche da voci che parlavano di una scarsità di valuta americana presente nel Paese. Queste voci sono però state smentite da Riad Salameh, governatore della Banca Centrale. Gli abitanti del Libano, a quasi trent’anni dalla fine della Guerra Civile che ha devastato il Paese dal 1975 al 1990, devono ancora fare i conti con una rete infrastrutturale precaria ed un’erogazione dei servizi insufficiente. Blackout giornalieri, presenza dei rifiuti sulle strade e scarsità di acqua pubblica continuano ad affliggere la vita quotidiana di molti. Il tasso di disoccupazione è molto alto, intorno al 35 per cento e ciò genera ulteriore scoraggiamento, una fuga delle menti più brillanti all’estero ed una generale sensazione di precarietà. Sotto accusa c’è l’intera classe politica libanese, incapace di trovare una sintesi tra le sue tante anime e di generare una stabilità economica durevole. Dietro l’angolo c’è il rischio che le proteste popolari possano portare nuova instabilità ed un collasso del precario sistema di governo nazionale, basato sulla coabitazione e cooperazione, talvolta forzata, tra le diverse forze politiche.

La cause e le possibili soluzioni

Il governo di Saad al-Hariri, in carica dal dicembre del 2016, dovrà presentare a breve il budget per il 2020. Il premier ha fatto sapere che non conterrà nuove tasse e che farà parte di un piano triennale per stimolare la crescita, questa posizione appare però in contrasto con quanto detto da Mohammad Choucair, ministro delle Telecomunicazioni, che aveva reso noto come l’introduzione di nuovi balzelli sarebbe stata necessaria per ottenere nuove entrate per le casse statali e ridurre il deficit. Le radici dei problemi del Libano vanno ricercate nella frammentazione politica che colpisce il Paese da sempre, sin dalla sua fondazione nel 1920. La costituzione del 1926, il Patto Nazionale del 1943 e gli Accordi di Pace di Taif del 1990, che misero fine alla rovinosa guerra civile, hanno istituzionalizzato una gestione settaria della cosa pubblica. Le diverse comunità religiose del Libano, gli sciiti, i sunniti, i cristiani maroniti ed i drusi, solo per citarne alcune, si spartiscono il potere secondo criteri derivanti dal peso demografico di ciascun gruppo e ciò influisce sulla dinamicità e vitalità della democrazia, ingabbiata in regole e formalismi che non si possono violare. L’ingerenza della vicina Siria, molto forte sino al 2005, ha ulteriormente influito sullo sviluppo del Paese, acuendone la dipendenza da Damasco ed impedendo una politica estera più indipendente. Le travagliate relazioni con Israele, che in più di un’occasione è intervenuto per colpire le posizioni di Hezbollah, suo acerrimo nemico, sono un ulteriore elemento di instabilità e paradossalmente di rafforzamento del quadro politico settario che previene, almeno sulla carta, il ritorno ad un conflitto interno. Una serie di profonde riforme è, probabilmente, l’unica via d’uscita al profondo stato di crisi del Libano. Bisognerà vedere se le pressioni della società civile saranno sufficienti ad innescare il cambiamento.





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