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Senza dubbio, al pari di quanto avviene nelle altre cancellerie europee, anche a Palazzo Chigi il dossier Libia viene nuovamente visionato con attenzione, dopo diversi mesi di generale stallo politico e diplomatico. L’Italia torna ad occuparsi delle sorti del Paese nordafricano, preoccupata (al pari di altri sei governi che nei giorni scorsi firmano un apposito documento di condanna) dalla possibile scissione della Noc, l’azienda libica del petrolio. Un’avvisaglia, quella data in Cirenaica con l’annuncio di un consiglio di amministrazione “parallelo” a quello ufficiale per una società controllata dalla Noc, che scuote la politica occidentale e dunque anche nostrana. Ma il ritorno in campo del nostro Paese, deve coincidere anche con una strategia ben chiara e connaturata all’attuale situazione in Libia.

Il possibile “dubbio” di Giuseppe Conte

Come si sa, l’Italia riconosce il governo di Al Sarraj e dunque quello insediato a Tripoli dal marzo del 2016 a seguito degli accordi di Skhirat. Una posizione, quella italiana, spesso criticata negli anni in quanto volta ad appoggiare un esecutivo che non dispone di alcun esercito e che dunque non controlla il territorio se non con l’aiuto di svariate milizie armate. Tuttavia, a fronte della debolezza di Al Sarraj, a favore della posizione dell’Italia depongono gli interessi nazionali storicamente legati, soprattutto nel ramo delle risorse naturali, alla Tripolitania. L’approccio italiano pro Al Sarraj non cambia con l’arrivo a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Il suo primo governo, quello cioè gialloverde, riconosce sempre e solo Al Sarraj ma, al tempo stesso, inaugura una politica di inclusione con l’apertura di canali diplomatici con il generale Haftar. Quest’ultimo, a differenza di Al Sarraj, controlla un vasto territorio e dispone di un esercito. Per questo l’Italia inizia a considerare Haftar un interlocutore ed il nostro paese aspira, con l’organizzazione della conferenza di Palermo, ad un ruolo guida nel dialogo tra le varie parti contrapposte.

Ma adesso, cambiato il colore al governo e con l’esigenza di ritornare ad occuparsi di Libia, Conte starebbe vagliando alcune nuove ipotesi circa il posizionamento dell’Italia nello scacchiere nordafricano. Tutto parte dallo scorso mese di aprile, quando Haftar lancia un’operazione volta a prendere in poco tempo la capitale Tripoli. In quell’occasione il governo italiano trema e non poco: il generale della Cirenaica è molto più vicino alla Francia che all’Italia, un suo ingresso nella capitale libica avrebbe potuto recare non pochi danni agli interessi del nostro Paese. Da qui si genera una profonda riflessione in seno alla diplomazia italiana: è giusto puntare ancora su Al Sarraj o occorre spostarsi verso Haftar? Una riflessione che è in corso ancora in queste settimane e che alimenta i dubbi di un Conte in procinto di riprendere definitivamente in mano il dossier libico.

Il presidente del consiglio in questi giorni risulta in tal senso attivo: il primo leader internazionale a visitare Roma, precedendo di poche ore Emmnanuel Macron, da quando si è reinsediato a Palazzo Chigi è proprio Fayez Al Sarraj. Il premier libico la scorsa settimana viene ricevuto con tutti onori nella sede della presidenza del consiglio e l’incontro tra i due dura circa un’ora. Ma a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Conte incontra anche il presidente egiziano Al Sisi. Quest’ultimo è il più importante sostenitore regionale del generale Haftar, un segno di come Conte sia deciso a tenere ben aperti i canali con il generale della Cirenaica. Del resto, l’Italia pur riconoscendo solo Al Sarraj non ha mai condannato apertamente l’operazione iniziata da Haftar. Anzi, dopo il bilaterale con il premier libico, fonti di Palazzo Chigi sottolineano come Conte abbia chiesto al rappresentante del governo di Tripoli di mettere da parte le milizie più estremiste che combattono per lui a Tripoli. Un modo per riconoscere il ruolo nel contrasto al terrorismo in Libia da parte dell’esercito guidato da Khalifa Haftar.

Le inside per l’Italia in caso di ulteriore avvicinamento ad Haftar

Ma, rispetto ad aprile, la situazione è completamente cambiata. L’avanzata fulminea e vittoriosa di Haftar non c’è stata, al contrario la guerra lanciata dal generale si trasforma in un incubo che fa cadere nel pantano il suo esercito alle porte di Tripoli. Colui che sembra indiscusso vincitore, si trasforma nell’attore più in difficoltà all’interno dello scacchiere libico. Al contrario, Al Sarraj invece dalla battaglia di Tripoli ne esce vincitore. Il premier libico può rivendicare di aver fermato l’avanzata di quella che sembrava, al cospetto delle forze tripoline in campo, una vera corazzata. Ne consegue che per l’Italia mostrarsi proprio adesso più vicina ad Haftar, che al momento è il perdente della guerra per il controllo della capitale, rappresenta un grosso rischio.

Anche se il generale ha in mano la Cirenaica e buona parte del Fezzan, lo stallo a Tripoli pregiudica le velleità di controllo dell’intera Libia. L’Italia, che nel corso degli anni si costruisce una propria posizione in quel di Tripoli, avendo anche l’unica ambasciata occidentale operativa in città, se dovesse virare verso Haftar rischierebbe di lasciare proprio nel momento più importante uno spazio vuoto. Ma non solo: un governo italiano sempre più vicino al generale della Cirenaica, potrebbe apparire anche appiattito sulle posizioni francesi. Una circostanza che non darebbe più all’Italia una sua precisa autonomia nella gestione del dossier. Un’incognita, quest’ultima, resa ancora più concreta dal riavvicinamento di Roma a Parigi dopo l’insediamento del governo giallorosso.

In definitiva, virare verso Haftar (pur continuando a riconoscere solo Al Sarraj) rischierebbe di far avvicinare l’Italia verso una parte che, dal conflitto a Tripoli, ne sta uscendo più ridimensionata e di lasciare, contestualmente, maggior spazio alla Francia.





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