Recessione: la parola che nessuno voleva pronunciare ora è sulla bocca di tutti. E dato che gli agenti economici, lungi dall’essere perfettamente razionali come vuole la vulgata marginalista, vivono di aspettative, contraddizioni, segnali, la marea montante della sfiducia potrebbe causare una profezia auto-avverante. Ovvero incentivare la discesa e il peggioramento di indicatori che fungono da utili termometri per lo stato di salute dell’economia globale.
Scordiamoci, tra questi, lo spread Btp-Bund, parametro più politico che tecnico: è piuttosto l’indice di fiducia degli investitori in calo in un Paese come la Germania o il debito privato in volo negli Stati Uniti a raccontare di un’economia mondiale su cui si stanno addensando nubi nere di ampia portata. E nel contesto generalizzato di incertezza che regna, i governi e gli operatori economici di massima taglia aspettano le mosse di quelli che, in diversi contesti, sono i decisori di ultima istanza della politica economica: le banche centrali.
Nel bene e nel male, il contesto post-recessione del 2007-2008 è figlio dell’operato delle banche centrali che sia in occidente (Fed, Bce di Mario Draghi, Bank of England, Bank of Switzerland) che in Oriente (Bank of Japan durante la Abenomics) hanno puntato su liquidità a basso costo, espansione del credito e ampliamento della base monetaria in risposta alla crisi bancaria e finanziaria. A metà del guado la Cina, con la Pboc irreggimentata nel contesto del dirigismo socialista dell’Impero di Mezzo. Il risultato è stato il conferimento alle banche centrali del titolo di vero e proprio “quarto potere”, in virtù del principio della loro indipendenza dal potere politico che l’ideologia economica dominante ritiene un caposaldo inaffondabile.
E se “sovrano è chi decide dello stato d’eccezione”, come scrive Carl Schmitt, almeno in Europa si può dire che, nell’era Draghi, la Bce abbia acquisito il primato nella determinazione degli indirizzi sovrani dell’Unione. Diverso il caso degli Stati Uniti, specie durante l’amministrazione Trump: il Presidente repubblicano ha più volte usato il suo potere di condizionamento e di moral suasion per indirizzare l’operato del direttore della Fed Jerome Powell, che ha mostrato sino ad ora una linea di condotta ondivaga.
Powell ha nel 2018 avviato la fase di innalzamento dei tassi d’interesse che doveva portare gli Usa fuori dal “quantitative easing permanente”, ma i mercati hanno incassato duramente il colpo con la crisi borsistica di fine 2018. Il risultato, apertamente sostenuto dall’amministrazione, è stato un ritorno a un Qe mascherato, all’espansione della liquidità e all’abbassamento dei tassi di sconto, su cui sembra essere destinata a incamminarsi nuovamente anche la Bce.
Le scelte di Powell
Il meeting di Jackson Hole organizzato dalla Fed di Kansas City dal 22 al 24 agosto sarà cruciale per capire i prossimi orientamenti della banca centrale Usa. Trump chiede un taglio del tasso di sconto di 100 punti, cioè un abbassamento dell’1% dei tassi d’interesse sui prestiti di denaro, Powell oppone resistenza. Come scrive Business Insider, “di fatto, il grande interrogativo ormai pare uno solo: Powell vestirà i panni dell’Olli Rehn della situazione, preannunciando nuovo stimolo e nuovi tagli dei tassi già a partire dal meeting del Comitato monetario del 17-18 settembre? Oppure, ancora una volta, deluderà le attese di mercati e Casa Bianca, prendendo tempo e limitandosi al rituale rimando alle condizioni macro?” Quel che traspare è che “Jerome Powell dovrà obbligatoriamente ripartire con un programma di Qe vero e proprio già entro il quarto trimestre di quest’anno”.
Le scelte della Fed faranno da benchmark per indirizzare il resto della politica economica globale. “Le Borse incassano e si rinvigoriscono con una sessione fortemente positiva dopo due settimane a tinte rosso cupo”, fa notare l’Agi. “Una nuova ondata di stimoli sembra sul punto di riversarsi sui mercati che reagiscono con un’ondata di acquisti. Il punto è se la sola liquidità basterà a sciogliere i nodi che hanno portato il mondo sull’orlo di un nuovo inverno”.
La risposta a questa domanda, in prospettiva, non sembra essere positiva. Questo perchè la risposta alla crisi basata su un Qe focalizzato sul piano meramente finanziario e non diretto a ricostruire le economie reali occidentali si è rivelata insufficiente. Il denaro a basso costo fornito dalle banche centrali ha pompato aria nel sistema, finendo però per finanziare soprattutto operazioni di fusione tra aziende, rifinanziamento del debito di società in crisi (come General Electric negli Usa), finanziamento di crediti al consumo che hanno ampliato la bolla debitoria, buyback azionari da parte di società desiderose di veder dilatare i loro margini finanziari. Al tempo stesso, questo ha favorito un rally pressoché costante dei mercati interrottosi solo nella seconda metà del 2018,quando le banche centrali hanno provato a imporre una normalizzazione ricattando i mercati con la restrizione monetaria, senza riuscire ad avere la meglio.
Un’inflazione monetaria fine a se stessa
Complice l’immissione di 20.000 miliardi di dollari nel sistema finanziario globale dalla Grande Recessione ad oggi, le quotazioni azionarie nell’area che comprende Stati Uniti, Unione europea, Regno Unito e Giappone sono passate, complessivamente, da 30.000 a 80.000 miliardi di dollari: le borse hanno e hanno avuto fame di liquidità facile, e di fronte al primo accenno di un cambio di passo sono andate in panico, mettendo le banche centrali di fronte alla contraddittorietà della scelta: proseguire consapevoli del panico dello sgonfiamento borsistico, ben oltre i livelli di ritorno alla normalità prefissati, o ritornare su un sentiero di espansione monetaria inefficace sul lungo periodo? Il secondo percorso, meno impegnativo politicamente sul breve termine, è stato quello prescelto.
Ma questo non pone l’economia globale al riparo dagli effetti di un’inflazione tale da anestetizzare temporaneamente numerose problematiche che ora vanno surriscaldando l’economia reale: dalla pesante accumulazione debitoria, oramai largamente eccedente il Pil mondiale, al ricorrente tema dell’incontrollabilità dei derivati tossici che ingolfano i motori del sistema finanziario. Mentre economisti e analisti riscoprono le lezioni di grandi studiosi come Hyman Minsky, teorico dell’effetto spiazzamento (ovvero del rischio per gli investitori di subire i contraccolpi dell’espansione di una bolla finanziaria o creditizia) e Charles Kindleberger, che analizzando i cicli delle crisi finanziarie ha individuato al loro interno una ricorsività nello svolgimento contraddistinto da fasi di espansione, euforia e…panico. Lo svolgimento dell’attuale copione è in un certo senso più complesso, ma quel che è certo è che proseguire sul sentiero tracciato, un giorno o l’altro, porterà i mercati allo sbando. Le banche centrali sanno che la liquidità non diretta all’economia reale non basta ma non hanno scelta, la politica è ancora più miope e ha gioco facile a delegare su un potere che ama raccontarsi indipendente le decisioni sulla politica economica, dimenticando il mondo reale, la produzione, l’industria, lo sviluppo infrastrutturale. Nel mezzo i mercati, giudici e giudicati della politica monetaria: il fatto che il calcio d’inizio di questa nuova fase spetti a Powell, banchiere centrale debole e volubile, lascia presagire una lunga fase d’incertezza.
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