(Beirut) Un diplomatico in divisa. È così che si presenta il generale Stefano Del Col comandante degli 11mila caschi blu della missione Onu nel sud del Libano compreso un migliaio di italiani. Nel 1983 è entrato in accademia, un anno dopo lo sbarco dei nostri primi soldati di pace a Beirut. Nel 2006 Hezbollah, il partito armato degli sciiti libanesi, e Israele si sono scannati l’ultima volta facendo a pezzi mezzo Libano. Poi è stata potenziata la missione Unifil, ma israeliani e il partito di Allah libanese continuano a fronteggiarsi in Siria. Prima dell’incontro con i 130 lettori de Il Giornale, che hanno visitato il paese dei cedri, Del Col sfodera tutte le sue abilità diplomatiche nell’intervista esclusiva a Gli Ochi .
Lei è il quarto comandante italiano della missione Onu nel sud del Libano. È un caso o l’Italia è vista come un paese che sa mediare nel ginepraio mediorientale?
“Per la nostra appartenenza al Mediterraneo e la conoscenza del paese gli italiani godono di rispetto in questa area del mondo e in Libano hanno sempre avuto un ruolo chiave. Abbiamo una capacità nel riconoscere le varie sfaccettature di questo mondo e rimanere imparziali trovando gli anelli di congiunzione, che sono la chiave di volta per mantenere la situazione stabile. Il mio ruolo non a caso è doppio: comandante delle forze di pace, ma anche capo della missione Onu, che mantiene i rapporti con le parti in causa. Un diplomatico in divisa come capita in poche missioni delle Nazioni Unite”.
I critici di Unifil sostengono che se Hezbollah e israeliani volessero spararsi addosso lo farebbero lo stesso sopra la testa dei caschi blu. Come replica?
“Che da 13 anni la missione Unifil garantisce pace e stabilità e che puntiamo ad un accordo di pace definitivo. I due paesi sono, tecnicamente, ancora in guerra. La Blue line, marcata con i famosi barili di colore blu, non è un confine di fatto, ma una linea stabilita dalle Nazioni Unite, dopo il ritiro delle forze israeliane nel 2000. Bisogna guardare lontano per arrivare a trasformare questa linea in un confine vero e proprio fra Israele e Libano. Ogni sei settimane ci incontriamo nelle riunioni tripartito, le uniche in cui i rappresentanti militari libanesi e israeliani si trovano nella stessa stanza e la discussione è coordinata dal sottoscritto”.
Come funziona realmente?
“Io passo la parola a uno o all’altro e viene affrontato soprattutto il tema delle violazioni. Attraverso questo meccanismo i due paesi non parlano direttamente fra di loro e si rivolgono al sottoscritto, ma sono seduti attorno allo stesso tavolo. Devo dire con soddisfazione, che le ultime due, tre volte c’è stato anche uno scambio di dialogo fra le parti”.
L’ultima “crisi” riguarda i tunnel scavati da Hezbollah sotto la linea blu per arrivare in Israele. Quanti sono stati trovati?
“I primi giorni di dicembre i rappresentanti delle forze armate israeliane mi hanno chiamato preannunciando l’inizio dell’operazione Northern shield tesa a verificare l’esistenza di tunnel, che attraverso la Blue line collegassero i due paesi. Prima se c’erano dei bunker si trovavano all’interno del territorio libanese. In questo caso si tratta di gallerie vere e proprie. Gli israeliani hanno scoperto sei tunnel in due aree diverse”.
E i caschi blu cosa hanno fatto?
“Per ora abbiamo verificato in maniera indipendente che due tunnel attraversavano la Blue line. Per questo motivo ho riportato a New York la violazione della risoluzione 1701 dell’Onu (sul cessate il fuoco fra Israele e Libano nda), poi discussa nel Consiglio di sicurezza. In uno dei tunnel hanno pompato del cemento dalla parte israeliana. Dopo un giorno è uscito nell’area libanese in una vecchia fabbrica a poco più di 100 metri a nord della Blue line. Ce ne siamo accorti perché sulla strada si era formata una pozza di cemento, che usciva dal tunnel. La fabbrica è di uno società privata e abbiamo chiesto (al governo libanese nda) di verificare all’interno, ma non ci hanno dato il permesso”.
Anche gli israeliani non rispettano la risoluzione dell’Onu sulla cessazione delle ostilità?
“Gli israeliani violano, con una certa frequenza, lo spazio aereo libanese con il sorvolo di aerei e droni”.
E adesso vogliono costruire un muro?
“Confermo, ma lo fanno sul territorio del loro Paese. Si tratta di segmenti di cemento a T rovesciata a pochi metri dalla Blue line. Quando il muro si avvicina ad alcune aree contese, che chiamiamo di ‘riserva’, cresce la tensione”.
Uno dei nodi non risolti dello stesso mandato Onu è il disarmo di Hezbollah, in particolare dell’arsenale missilistico, sempre chiesto dagli israeliani. Sarà mai possibile?
“Il mandato della missione è legato al monitoraggio della cessazione delle ostilità fra Libano e Israele e al supporto delle forze armate di Beirut. Non siamo autorizzati a disarmare nessuno o entrare nelle proprietà private a sud del fiume Litani. E personalmente non dialogo con i partiti politici, ma con il governo, il capo dello Stato, il presidente del Parlamento e le autorità diplomatiche”.
Anche i turisti italiani sono importanti per mantenere la stabilità?
“Certamente sì. Tiro è stata la seconda città più visitata dall’estate scorsa grazie ai suoi importanti siti archeologici. Uno dei nostri obiettivi è incrementare il turismo nel Sud del Libano”.
Il riconoscimento dell’occupazione del Golan, l’ambasciata a Gerusalemme, l’ultimo affondo nei confronti dei Pasdaran, il presidente americano Donald Trump sembra appoggiare la linea del premier israeliano riconfermato Benjamin Netanyahu. Spesso il Libano ha subito guerre e devastazioni per l’esplosione di scenari internazionali, come potrebbe essere un conflitto con l’Iran. Lei è ottimista per l’immediato futuro?
“Non penso che si voglia una guerra in medio Oriente. Almeno me lo auguro. Al contrario significherebbe che il processo che stiamo portando avanti nel Sud del Libano verrebbe minato da fattori esterni. Il mio compito, la spola che faccio fra Tel Aviv e Beirut, è teso proprio a scongiurare questo tipo di scenario”.
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