È forse il monumento simbolo di Istanbul. Quando si arriva nella metropoli turca, si cerca subito la basilica di Santa Sofia al pari di come si cerca il Colosseo quando si atterra a Roma. Eretta nel 537, per quasi mille anni è luogo cardine della cristianità orientale ospitando la sede del Patriarcato di Costantinopoli: la basilica deve la sua maestosità proprio perché cuore della Bisanzio diventata nel frattempo la nuova Roma, la nuova città cardine dell’ordine politico e religioso. Poi arriva il 1453, la caduta dell’impero romano d’oriente e l’ingresso in città degli ottomani: da allora, fino al 1931, la basilica è una moschea.
Con l’istituzione della repubblica turca, Ataturk per manifestare il carattere laico del nuovo Stato decide di trasformarla in un museo. Non più quindi luogo di culto, bensì viva testimonianza della storia di una Istanbul capace da secoli di amalgamare al suo interno tratti occidentali e tratti orientali. Ma anche simbolo della laicità della nuova Turchia. Un simbolo adesso minacciato dalle volontà di Erdogan.
“Sarà di nuovo moschea”
Durante un comizio in vista delle elezioni municipali dei prossimi giorni, il presidente turco annuncia a chiare lettere l’intenzione di ridare alla basilica il suo ruolo di più grande moschea della metropoli. Niente più biglietti d’ingresso, niente più turisti al suo interno, Santa Sofia dovrebbe tornare ad essere un luogo di preghiera. Secondo Erdogan è questa la vera funzione di questo luogo simbolo di Istanbul, nel frattempo diventato anche patrimonio Unesco. Dall’interno del suo partito, l’Akp, da anni si levano voci a favore di un ritorno al passato per la basilica e, in parte, queste richieste vengono accolte nel 2013 quando viene autorizzato il canto della preghiera del muezzin due volte al giorno dai suoi alti minareti.
Adesso sembra che Erdogan voglia fare sul serio: “Lo status di Santa Sofia dopo il voto cambierà – promette alla folla accorsa per il candidato del suo partito – Non sarà più un museo, tornerà a chiamarsi moschea”. Una retorica, quella del presidente turco, che viene più volte utilizzata durante questa spinosa campagna elettorale. L’Akp rischia di perdere città importanti, nel voto di domenica Ankara e la stessa Istanbul potrebbero vedere le avanzate dell’opposizione. Dunque Erdogan gioca la carta dell’islam per convincere gli elettori ed aggregare attorno a sé la parte più conservatrice della società.
Se in queste ultime ore di comizi il presidente turco cala l’asso della riconversione in moschea della basilica di Santa Sofia, nei giorni scorsi usa l’attentato dei suprematisti bianchi in Nuova Zelanda per aizzare la folla: “Puniremo noi il colpevole”, urla Erdogan dal palco di un comizio in Anatolia mentre mostra le terribili immagini girate dall’autore della strage all’interno della moschea. Una mossa che suscita indignazione sia in Nuova Zelanda che in occidente, in cui viene vista come un tentativo pericoloso di aizzare gli animi della folla (e della società) per meri calcoli elettorali.
I timori per il futuro
L’annuncio di Erdogan sulle sorti della basilica di Santa Sofia getta non poche ombre. I timori sono di due tipi: in primo luogo per tutto quello che può simboleggiare il ripristino di una moschea all’interno di un monumento divenuto nel frattempo emblema della laicità dello Stato turco. Di fatto viene meno un simbolo degli ultimi decenni di storia turca: quel monumento che trasforma in museo un luogo che negli anni è sia cristiano che musulmano, indica al mondo la via intrapresa dal paese dopo la caduta dell’impero ottomano. La nuova conversione in moschea potrebbe adesso indicare la definitiva svolta islamista della Turchia di Erdogan. La vittoria delle istanze più conservatrici, che vedono nell’Islam politico dell’Akp e della galassia dei Fratelli Musulmani la nuova strada per il paese.
Ma i timori sono anche per le sorti del monumento stesso. Quando negli anni Trenta esso diventa museo, grazie ad un importante sforzo compiuto da archeologi e restauratori locali ed internazionali si riesce a recuperare la grande mole di opere cristiane rimaste sotterrate per secoli. Mosaici, affreschi, incisioni, bellezze per fortuna non cancellate nei secoli dai sultani ma coperte e nascoste per l’iconoclastia musulmana. In caso di conversione a moschea, che fine faranno queste opere? La domanda è più che lecita ed inquieta a tanti in tutto il mondo. Il rischio è che un pezzo di storia di Istanbul torni nuovamente ad essere sotterrato. Sarebbe in primis la stessa Turchia a perderci, sia culturalmente che politicamente.
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