Non è certo la prima volta che un peschereccio italiano viene sequestrato dalle autorità libiche: sia prima che dopo l’era di Gheddafi, episodi del genere appaiono frequenti, con Tripoli che più volte usa le proprie motovedette (spesso anche quelle donate dall’Italia) per circondare imbarcazioni partite dalla Sicilia accusate di invadere le acque del paese nordafricano. Ma senza dubbio il sequestro delle scorse ore del peschereccio “Tramontana”, il quale adesso risulta nuovamente di ritorno verso l’Italia, non può non avere, anche alla luce della battaglia per la presa della capitale, risvolti di natura politica.
Il sequestro ad opera delle forze vicine ad Al Sarraj
Un primo dettaglio poco dopo la notizia del sequestro del peschereccio balza subito agli occhi per capire chi, nel marasma libico, rintraccia l’imbarcazione battente la nostra bandiera. In un contesto come quello in cui da anni risulta impelagato il paese africano, capire chi compie una determinata azione destinata ad avere risvolti politici è quantomai importante. Anche perché nulla può essere scontato: un sequestro, come in questo caso, può essere figlio di un’operazione di polizia oppure opera di miliziani armati a sé stanti e decifrare con precisione autori e dinamiche dei fatti è alquanto difficile. Ecco perché, non appena si ha conferma del fermo ad un nostro peschereccio, dalla Farnesina provano in primis a capire quanto accaduto. E, come detto, un primo dettaglio chiarisce già alcuni aspetti: si sa infatti che il mezzo italiano viene scortato verso Misurata dopo essere stato fermato a Sirte.
Misurata è la città in cui hanno sede le più importanti milizie della Tripolitania, vicine al governo di Al Sarraj ed in questo momento impegnate al fronte della capitale libica contro Haftar. Dunque, in primis si evince che il sequestro non è opera del generale uomo forte della Cirenaica bensì delle autorità del governo rivale, quello cioè per l’appunto guidato da Fayez Al Sarraj. In secondo luogo, la dinamica rispecchia tanti altri episodi accaduti in passato proprio nella zona di Sirte: si intuisce quindi che chi sequestra il nostro peschereccio lo fa imponendosi come autorità e non con l’intento di rapinare i pescatori a bordo. Dunque, è in questa maniera che nella giornata di martedì il governo italiano apprende di come un peschereccio del nostro paese viene sequestrato dalla guardia costiera di Tripoli. La stessa che viene potenziata, armata ed addestrata dall’Italia, la stessa che risponde ad un governo, quale quello di Al Sarraj per l’appunto, in teoria alleato del nostro paese.
I problemi relativi alla baia di Sirte
Da qui dunque il lavoro che la Farnesina svolge con Tripoli per portare alla liberazione del peschereccio, così come è da questo episodio che emerge la domanda più in voga in queste ore da parte di molti osservatori: ennesimo gesto del genere delle autorità libiche oppure specifica provocazione di Al Sarraj in vista della prosecuzione della guerra a Tripoli?
Di sicuro, al di là delle interpretazioni e delle conseguenze politiche del gesto, alla base c’è una questione mai risolta: quella della baia di Sirte. Si tratta di un qualcosa che ha a che fare con richieste libiche da sempre avanzate, sia nella Libia di Re Idris, sia in quella di Gheddafi che ovviamente in quella odierna. In questo caso la natura e la geografia non giocano un ruolo pacificatore: ad est di Misurata infatti la costa libica sembra come ritirarsi per lasciare spazio al Mediterraneo, le cui acque penetrano per diversi chilometri rispetto alla linea nordafricana che va dalla Tunisia all’Egitto. Si può descrivere grossomodo così il golfo di Sirte, molto ampio e che ad ovest di Bengasi fa poi tornare la costa nordafricana all’altezza di quella di Misurata. Si crea dunque un’ideale linea che congiunge Tripolitania e Cirenaica sotto la quale il Mediterraneo si addentra fino alle coste di Sirte.
Secondo i libici questo tratto di mare al di sotto dell’ideale linea tra Misurata e Bengasi è da considerarsi come “baia storica”, dunque a pieno titolo tra le acque territoriali della Libia. Tripoli nel far valere le proprie ragioni, cita il precedente storico del golfo di Taranto. Ma a livello internazionale quelle acque, pur insistendo al di sotto di una linea ideale tra due parti della Libia, non sono libiche. Esercitazioni militari Usa effettuate proprio in questa parte del Mediterraneo, causano la crisi che porta poi nel 1986 al bombardamento americano di Tripoli. Ma in Libia basta anche di meno per far scatenare importanti casi diplomatici, anche un singolo peschereccio avvistato in queste acque fa scattare l’intervento della Guardia Costiera.
Non sfugge a questa “prassi” anche il peschereccio italiano, individuato poco a nord rispetto alle coste di Sirte. Non a caso la Farnesina in un comunicato, pur ribadendo di lavorare alla risoluzione del problema, sottolinea come risulti sconsigliato addentrarsi in quella parte del Mediterraneo. L’episodio di queste ore mostra ancora una volta come nei rapporti con la Libia, al netto di quanto accade al suo interno, c’è ancora molta strada da fare.



