Con la sconfitta territoriale dello Stato islamico, la comunità internazionale si interroga sul futuro dei foreign fighters detenuti nei centri siriani, sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf).
Sospesi tra le richieste dei curdi, che spingono per il loro rimpatrio, e il silenzio dei rispettivi Paesi di origine, i foreign fighters attendono il loro destino stipati all’interno delle prigioni siriane.
Tra loro anche donne e bambini, che in caso di ritorno in patria sarebbero i primi ad abbandonare gli ex territori del califfato. Nelle ultime settimane, poco prima della caduta di Baghouz – ultima enclave dell’Isis in Siria -, migliaia di donne dello Stato islamico si sono arrese alle Forze democratiche siriane (Sdf).
Meno noto è un dettaglio sulla loro resa, che sarebbe avvenuta con il benestare della leadership del gruppo. Secondo uno dei direttori del campo curdo di Al-Hawl, che ospita alcune delle mogli dell’Isis, “dopo la resa, alcune donne straniere dello Stato islamico hanno confessato di aver ricevuto precise istruzioni da parte dell’organizzazione. In particolare una: ‘Arrendetevi, tornate nei vostri Paesi, rimettetevi in forze e ricominceremo di nuovo‘”.
Le mogli dell’Isis, che nell’ultima fase del califfato hanno ricoperto anche ruoli militari attivi, avrebbero dunque già ricevuto le consegne una volta tornate in patria. Al pari degli uomini, potrebbero essere le nuove cellule dormienti ben addestrate, in grado di organizzare attacchi a sorpresa.
Altre donne presenti nel campo curdo di Al-Hawl hanno ammesso di aver abbandonato il gruppo su richiesta del califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, affinché i mariti potessero combattere senza preoccupazioni nei giorni cruciali di Baghouz.
Tuttavia, non ci sono solo donne che rimangono fedeli allo Stato Islamico. Altre, giurano di essersi pentite e di aver rinnegato l’ideologia dell’Isis. Anche in questo caso, rimane però il dubbio sulla sincerità delle loro dichiarazioni. “Il vero problema” – afferma il direttore di Al-Hawl – “sono le loro intenzioni. Dicono quello che vogliamo sentirci dire, ma non abbiamo idea di cosa pensino davvero”.
Il Middle East Institute, prestigioso think tank di Washington, rileva che “i semi dell’Isis 2.0 germogliano in coloro che sono detenuti all’interno delle aree liberate dall’Isis”: ovvero soprattutto donne e bambini. Alcuni segnali sarebbero già visibili all’interno del campo curdo di Al-Hawl. Qui, alcune “mogli dell’Isis” sarebbero al lavoro per adempiere i compiti assunti sotto lo Stato islamico, ristabilendo internamente le leggi del califfato e crescendo una nuova generazione di jihadisti.
A questo proposito, il Guardian riferisce di donne che, all’interno del campo, cercherebbero di far rispettare le norme imposte dall’Isis picchiando i figli di altre donne che non indossano il niqab o rubando i loro averi. Molte si sono rivelate estremamente pericolose. “Pensavamo di poterle mettere insieme ai siriani e agli iracheni e che si sarebbero adattate” – racconta ancora il direttore del centro – “ma sono feroci: bruciano le tende dei siriani, li chiamano scarafaggi, infedeli. Le abbiamo dovute separare dagli altri”.
Molte di queste donne sono fermamente convinte di dover trasmettere la loro interpretazione dell’islam ai futuri jihadisti: “Se Allah vorrà, cresceremo questa generazione, dal più giovane al più vecchio”, ripetono spesso.
Frasi che suonano come un avvertimento e che sollevano la questione, sempre più cruciale, del contrasto alla radicalizzazione dei membri dell’Isis. Soprattutto se si pensa a quanto recentemente dichiarato dal direttore del programma “Terrorismo e controterrorismo” di Human Rights Watch, Nadim Houry, per il quale “la radicalizzazione continuerà a essere ancora per molto un problema e la mancanza di preparazione per quello che verrà dopo l’Isis è scioccante”.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



