Skip to content
Terrorismo

L’Iraq sta commettendo un tragico errore: condannare gli schiavi dell’Isis

Lo Stato islamico è stato definitivamente sconfitto in Iraq nel 2017, ma la riconquista militare del territorio fino a quel momento sotto la bandiera nera del Califfato è stata solo il primo passo di un lungo percorso per l’effettiva riaffermazione...

Lo Stato islamico è stato definitivamente sconfitto in Iraq nel 2017, ma la riconquista militare del territorio fino a quel momento sotto la bandiera nera del Califfato è stata solo il primo passo di un lungo percorso per l’effettiva riaffermazione del potere su tutto l’Iraq da parte del Governo centrale e locale.

Le strategie scelte dalle autorità per risolvere i problemi che si sono trovate di fronte in un complicato contesto post-Isis non sono però sempre state le migliori, soprattutto nei confronti di chi è stato costretto a vivere e a lavorare per lo Stato islamico.

Come denunciato più volte dalla Ong Human Right Watch (Hrw) in diversi report, le forze irachene hanno arrestato arbitrariamente, minacciato, torturato e fatto sparire un numero imprecisato di sunniti – per lo più uomini – sospettati di avere legami con l’Isis facendo ricorso alle leggi contro il terrorismo.

Neanche i bambini sono stati risparmiati: secondo Hrw, il Governo regionale del Kurdistan (Krg) avrebbe torturato 1.500 minori condannandone 138 a pene detentive per aver collaborato con i jihadisti. Nel suo report, la Ong ha però sottolineato che le sentenze sono state emesse sulla base di confessioni estorte – appunto – con la tortura, in piena violazione del diritto internazionale che prevede tra l’altro che i bambini siano considerati prima di tutto come vittime in contesti bellici.

Le mancanze da parte delle autorità però non si fermano qui. Tanto Baghdad quanto Erbil sono accusate di non garantire il diritto a un giusto processo, non permettendo agli accusati di essere portati davanti a un giudice entro 24 ore né di avere contatti con i propri avvocati, come invece stabiliscono le leggi irachene.

Una delle criticità principali risiede in un sistema giudiziario incapace di rispondere ai problemi attuali e di distinguere correttamente tra chi ha volontariamente aderito allo Stato islamico e ai suoi valori e chi invece è stato costretto a vivere sotto le bandiere del Califfato.

Nel 2018 le autorità irachene avrebbero dovuto inserire nel codice penale il reato di crimini di guerra, contro l’umanità e genocidio, ma la riforma non è mai stata portata a compimento, costringendo i giudici a perseguire tutti coloro che sono sospettati di legami con l’Isis ricorrendo alla più generica legge contro il terrorismo.

Le falle del sistema giudiziario

Un sistema legislativo inadeguato, unito al clima di sospetto che regna ancora nel Paese dalla sconfitta dell’Isis, ha avuto effetti negativi principalmente su tutti quei funzionari statali costretti dai jihadisti a lavorare sotto il loro comando. La pena massima in cui i “collaboratori” dell’Isis possono incorrere arriva fino a 20 anni di carcere, una sorte comunque migliore rispetto a chi è accusato di essere un jihadista: in quest’ultimo caso la sentenza è una condanna a morte.

L’unica salvezza per i primi è la legge per l’amnistia generale, ma per ottenerla il “colpevole” deve dimostrare di essere stato costretto a lavorare per l’Isis e di non aver mai commesso reati gravi, oltre a dover trovare una Corte disposta a concedergli l’amnistia. Una variante di non poco conto, se si considera che ci sono giudici che raccomandano la pena di morte anche per chi ha solamente cucinato per i jihadisti, come raccontato da un funzionario di Hrw.

L’incapacità del sistema giudiziario di distinguere tra chi i membri dell’Isis e chi è stato costretto a lavorare per lo Stato islamico rischia di avere effetti devastanti sul futuro dell’Iraq, aumentando le fratture nella popolazione e la diffidenza reciproca anziché favorire la riconciliazione.

Il ricorso alla più generica legge contro il terrorismo rende più facile per i giudici giungere a una condanna, considerando che richiede un minore lavoro di raccolta di prove generalmente difficili da reperire in un contesto post-bellico e post-Califfato. D’altro canto però non permette di stabilire una corretta scala di gravità dei reati commessi, accomunando chi ha semplicemente cucinato – tra l’altro sotto costrizione – per i jihadisti a chi ha effettivamente preso le armi per sostenere lo Stato islamico. In questo modo diventa anche impossibile per i giudici condannare i jihadisti per specifici reati come quelli contro l’umanità, omicidi e torture, dovendosi limitare a una più generica accusa di adesione a un’organizzazione terroristica.

Per dirlo con le parole della direttrice per il Medio Oriente di Human Rights Watch, Sarah Leah Whitson: “Il Governo iracheno sta perdendo l’occasione di dimostrare alla sua gente, al mondo e all’Isis che l’Iraq è una nazione governata da leggi, in cui vige la giustizia, in grado di condannare chi ha commesso reati gravi e di favorire la riconciliazione tra tutti i coloro che sono stati colpiti da questa guerra”.





Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.