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Guerra

Così gli Stati Uniti puntano ad aggirare l’Iran nel Golfo

Consentire un migliore accesso delle forze armate statunitensi alla regione del Golfo: questo l’obiettivo dell’accordo siglato il 24 marzo scorso tra Stati Uniti e Oman, che mira a neutralizzare le ricorrenti minacce iraniane sullo Stretto di Hormuz. Unico passaggio marittimo...

Consentire un migliore accesso delle forze armate statunitensi alla regione del Golfo: questo l’obiettivo dell’accordo siglato il 24 marzo scorso tra Stati Uniti e Oman, che mira a neutralizzare le ricorrenti minacce iraniane sullo Stretto di Hormuz.

Unico passaggio marittimo per il trasporto di petrolio dai principali produttori della regione – tra i quali Kuwait, Bahrein, Iran, Iraq ed Emirati Arabi Uniti – all’Oceano Indiano, lo Stretto di Hormuz è uno snodo fondamentale per le petroliere che, dal Golfo Persico, devono raggiungere i mercati europei e asiatici.

La sua posizione strategica – questo spazio di mare divide infatti la Penisola arabica dalle coste dell’Iran – lo rende uno dei principali choke-point del mercato petrolifero mondiale. Secondo i dati dell’Energy Information Administration (Eia) americano, nel 2016, nello Stretto sarebbe transitato circa un terzo del petrolio trasportato via mare a livello mondiale, pari a 18,5 miliardi di barili.

A ciò si aggiunga che lo Stretto rappresenta anche una rotta internazionale, dalla quale transitano abitualmente le forze americane.

Le minacce di Teheran

Lo Stretto è da sempre oggetto di tensioni e dispute internazionali, l’ultima delle quali risale al dicembre 2018. L’Iran ha più volte minacciato di bloccare il transito all’interno dello spazio marittimo, in risposta all’imposizione di sanzioni da parte degli Stati Uniti o a causa di tensioni con i Paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita.

In questo caso, si profilerebbe uno scenario inquietante per il mercato petrolifero mondiale, essendo lo Stretto di Hormuz uno snodo fondamentale per l’esportazione di idrocarburi provenienti sia dall’Iran sia dal Golfo Persico.

Secondo i principi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, Teheran avrebbe effettivamente diritto a limitare il traffico marittimo nello Stretto. Proprio il documento definisce “acque territoriali” quelle che si trovano fino a 12 miglia nautiche – circa 22 km – dalla costa nazionale. Si consideri che la larghezza dello Stretto di Hormuz è di circa 30 km.

Tuttavia, al di là delle minacce, l’eventualità di una reale chiusura dello Stretto appare poco plausibile, causando un danno economico all’Iran stesso. Inoltre gli Stati Uniti, sostenuti dagli alleati regionali, hanno da tempo risposto a Teheran evocando ritorsioni sul piano militare nel caso si verificasse questa eventualità.

La presenza americana nel Golfo

In un simile scenario, l’importanza strategica dell’accordo concluso tra Stati Uniti e Oman non può essere sottovalutata.

Grazie a questo patto – le cui negoziazioni erano iniziate già sotto l’amministrazione Obama -, gli aerei e le navi militari americane avranno accesso ai porti e alle strutture di Salalah e Duqm, entrambi situati nel territorio meridionale dell’Oman e affacciati sul Mar Arabico.

Le relazioni militari tra i due Paesi ne escono rafforzate. Washington, in particolare, può usufruire di un vero e proprio vantaggio strategico. Avendo accesso a porti situati al di fuori dello Stretto di Hormuz, non deve più sottostare alle regole dell’Iran nella gestione dello spazio di mare che lo separa dall’Oman, mentre acquisisce maggiore resilienza in caso di crisi. Gli Stati Uniti hanno già numerose basi militari nei territori del Golfo. La più ampia di queste, la base aerea di Al-Udeid in Qatar, ospita circa 10 mila truppe americane e costituisce il centro da cui sono state coordinate le operazioni della coalizione internazionale contro lo Stato islamico in Siria e in Iraq.

Le tensioni tra Usa e Iran

L’accordo con l’Oman è stato firmato in un momento di particolare tensione tra Washington e Teheran. Dopo essersi ritirati dall’accordo sul nucleare (Jcpoa) nel maggio 2018, preoccupati per l’espansione del programma missilistico iraniano, gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni all’Iran.

L’amministrazione americana punta a indebolire l’economia iraniana per spingere il Paese ad accettare restrizioni al suo programma nucleare. Secondo quanto riferito dall’emittente televisiva americana Cnbc, nel dicembre 2018, le sanzioni avrebbero già causato una diminuzione delle esportazioni di petrolio iraniano per circa 1 milione di barili al giorno.

Da parte sua, l’Iran ha più volte dichiarato che la produzione di missili fa parte di una politica di deterrenza, in alcun modo in contrasto con i principi dell’accordo sul nucleare. In ogni caso, anche l’ultimo accordo quadro con l’Oman non va interpretato come un fatto isolato.

Abbandonata la speranza americana di una presenza in Siria e con l’Iraq in bilico tra Teheran e Washington, agli Stati Uniti sembra non resti che allearsi con i Paesi sunniti del Golfo contro il fronte sciita guidato dall’Iran.





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