Dopo le rivolte dei gilet gialli, i sondaggi disastrosi e lo scandalo della sua guardia del corpo (la vicenda Benalla), il presidente francese Emmanuel Macron rischia di ritrovarsi un’altra bomba tra le mani pronta ad esplodere, che potrebbe essere fatale per la sua (già malconcia) presidenza: la destabilizzazione dell’Algeria. Come riporta la Reuters, nella giornata di domenica il presidente Abdelaziz Bouteflika, l’82enne leader del Fronte di liberazione nazionale, è tornato in Algeria dopo aver trascorso due settimane in un ospedale svizzero: il presidente, in carica dal 27 aprile 1999, ora è molto malato e ha fatto ritorno in un Paese in cui, ad attenderlo, c’erano migliaia di manifestanti, soprattutto giovani, che da tre settimane sono in piazza per chiedere al presidente di non presentarsi alle prossime elezioni di aprile.
“Vogliamo che Bouteflika e tutta la sua mafia se ne vadano. Devono lasciare questo Paese”, ha detto Salim, uno studente delle superiori, intervistato dalla Reuters tra le migliaia di persone che hanno manifestato domenica. “Il sistema di Bouteflika è finito”, ha osservato un commentatore su Ennahar. Altri, invece, sono decisamente più cauti: “Il cambiamento deve essere pacifico, Bouteflika deve andarsene ma senza violenza. Altrimenti pagheremo un caro prezzo”, ha osservato Omar Ghiles, insegnate arabo in pensione.
Dopo esser sopravvissuto alle rivolte della Primavere arabe che hanno sconvolto il Nord Africa e il Medio Oriente, grazie soprattutto agli introiti di gas e petrolio, l’anziano e malato leader è riuscito a mantenere il potere. Ora però la situazione è cambiata e il Paese rischia di sprofondare nel caos come negli anni Novanta. Il presidente Bouteflika, che non pronuncia un discorso in pubblico da anni è stato colpito da un ictus nel 2013. Nelle poche immagine pubbliche è sempre su una sedia a rotelle e non parla. Il 25 febbraio Bouteflika è volato a Ginevra per controllo medici, dove è stato ricoverato più volte. Tornato in patria ha alla fine annunciato di non voler correre alle prossime elezioni.
Algeria a rischio guerra civile?
Il romanziere franco-algerino Boualem Sansal, in una recente intervista rilascia a Le Figaro, ha accolto positivamente le dimostrazioni pacifiche in Algeria. Ha sottolineato che si tratta di un Paese ricco, che “merita un governo migliore”. Ma ha messo in guardia tutti sulla fase successiva, che rischia di essere drammatica e di portare il caos. Sansal ha aggiunto anche che gli islamisti sono sempre in attesa dietro le quinte, numerosi, organizzati e determinati. L’Algeria, ha sottolineato, è un Paese musulmano conservatore. Il salafismo è una forza ancora potente e rischia di proliferare tra le proteste.
Sansal insiste sul fatto che l’esercito riuscirà a contenere i salafiti e a resistere a qualsiasi sfida islamista. Ma riconosce anche che non ha mai veramente vinto la guerra civile degli anni ’90, e che gli islamisti non sono mai stati sconfitti politicamente.
Se in Algeria scoppia il caos, Macron è nei guai
Se l’Algeria dovesse sprofondare nel caos e in una violentissima guerra civile come quella degli anni Novanta, anche la Francia subirebbe gravi conseguenze scrive The American Conservative. “La guerra civile ha provocato un’enorme ondata migratoria – scrive il giornale conservatore fondato da Pat Buchanan – questa volta sarebbe più grave. Tra i migranti ci sarebbe un gran numero di islamisti e l’immigrazione clandestina” non consentirebbe ai francesi “di controllare tutti. E la Francia, almeno in alcuni quartieri, è già una repubblica islamica”.
La Francia ufficialmente ripete il suo sostegno all’autodeterminazione algerina, pur temendo che gli algerini facciano una scelta terribile, che privi la Francia di un valido partner strategico e scateni un’ondata migratoria ingestibile. Evento tragico che metterebbe Macron in ginocchio.
Anche per l’Italia la destabilizzazione dell’Algeria rappresenterebbe un serio problema. Come osserva Fausto Biloslavo su IlGiornale.it, per l’Italia il paese nordafricano, il più grande dell’Africa, è una pedina strategica. Non solo contiene il terrorismo islamico del Maghreb, ma è importante anche per la stabilità della Libia e il controllo della vasta frontiera comune. L’Eni importa gas per 5,6 miliardi di dollari, che ci permette di non dipendere solo dalle forniture russe.
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