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Come detto già subito dopo i risultati delle amministrative di Istanbul, che vedono la sconfitta dell’Akp di Erdogan, per capire se questo sia o meno l’inizio della fine per il sultano occorre valutare il “fattore tempo”. Per i prossimi due anni la Turchia non andrà alle urne, non ci sono imminenti scadenze elettorali e sia il partito del presidente che l’opposizione hanno il tempo necessario per riorganizzarsi. Dunque, occorre vedere cosa faranno i due rispettivi campi nei prossimi mesi. E tutto ruota, come sempre del resto, attorno l’economia.

Lo spettro della recessione

Al di là degli aspetti ideologici e delle simpatie politiche, la flessione dell’Akp di Erdogan trae origine da un rallentamento dell’economia. Dal 2002 in poi, da quando cioè a guidare il paese vi è l’attuale presidente, la Turchia conosce percentuali di crescita quasi a doppia cifra, si dota di importanti infrastrutture, come scrive Roberto Bongiorni su IlSole24Ore, il governo concede molti incentivi ad imprese e privati. Una circostanza che mette in moto in effetti l’apparato economico, rende il paese anatolico tra i mercati emergenti più interessanti del bacino del Mediterraneo e lo modernizza sotto il profilo infrastrutturale. Istanbul da poco ha un nuovo aeroporto, negli ultimi anni la metropoli si dota anche del tunnel ferroviario sotto il Bosforo, il cosiddetto “Marmaray“, è possibile raggiungere Ankara da qui con un treno ad alta velocità.

Ma adesso qualcosa non gira per il verso giusto. Certo, la Turchia è anche colpita dalla speculazione sulla Lira che ne causa una perdita del valore del 30%, ma c’è dell’altro: come scrive sempre Bongiorni, molti nodi vengono al pettine. La crescita e l’industrializzazione di questi anni poggiano su piedi d’argilla, non vengono create solide basi per poter reggere l’onda d’urto della crisi e consolidare quanto conquistato specialmente lungo l’ultimo decennio. Ed ecco quindi che, tra inflazione galoppante e disoccupazione al 14% (che tra i giovani è ancora più alta) succede che soprattutto i ceti urbani iniziano a soffrire e ad accusare un certo malcontento. Si spiega così il drastico calo di consensi dell’Akp all’interno delle aree metropolitane: non solo la sconfitta di Istanbul, bensì anche quella di Ankara e Smirne maturate a marzo rendono bene l’idea.

Il nodo economico

L’andamento dell’economia sarà elemento determinante del fattore tempo: se Erdogan riesce a rimetterla in sesto, sfruttando magari l’inesperienza governativa dei sindaci dell’opposizione usciti vittoriosi, allora nel 2021 l’Akp ha chance molto ampie di riconferma. Al tempo stesso, se l’economia continua a zoppicare, è molto probabile che quello di Istanbul non sarà affatto un caso isolato. Ed in questo quadro, prima ancora che le città ad essere determinanti saranno le zone di provincia. Lo zoccolo duro dell’elettorato di Erdogan è in Anatolia: qui dal 2002 in poi molta gente è uscita dall’isolamento e dalla povertà, durante il tentato golpe del 2016 ad Istanbul vengono in soccorso dell’Akp molte persone dalle campagne attorno la metropoli, le quali avrebbero fatto di tutto pur di difendere Erdogan. Non è quindi solo una questione ideologica: se da un lato è vero che la provincia turca guarda con diffidenza all’occidente, vedendo quindi nell’Islam politico dell’Akp l’ideale di riferimento, è anche vero che gli investimenti economici di Erdogan danno alla provincia un ruolo che prima non aveva.

E dunque il partito del presidente è ben radicato, il suo peso nelle province è difficile da ridimensionare. Forte di tutto ciò, Erdogan può quindi avere la garanzia di percentuali per il suo Akp mai sotto il 40% a livello nazionale. Ma se l’economia dovesse ulteriormente frenare, il malcontento appare destinato a maturare anche nei feudi elettorali dell’attuale presidente turco. E lì, per davvero, il volto della Turchia potrebbe cambiare. Sul filo del sentimento popolare per l’andamento dell’economia Erdogan si gioca il suo futuro e quello del paese.





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