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Terrorismo

Il futuro del jihad è nelle mani delle donne

L’Isis continua a minacciare la sicurezza europea. Da mesi ormai, uno dei temi più dibattuti nell’Unione è il rimpatrio dei foreign fighters, cittadini con nazionalità europea che sono partiti alla volta del Siraq accecati dalla causa jihadista. Tra i returnees,...

L’Isis continua a minacciare la sicurezza europea. Da mesi ormai, uno dei temi più dibattuti nell’Unione è il rimpatrio dei foreign fighters, cittadini con nazionalità europea che sono partiti alla volta del Siraq accecati dalla causa jihadista.

Tra i returnees, le “mogli dell’Isis” potrebbero rappresentare il pericolo più grande. Non solo madri o spose nel califfato, queste donne potrebbero diventare una potente arma segreta del gruppo terroristico e verosimilmente dovrebbero far ritorno in patria prima degli uomini. Secondo i dati elaborati da Europol (2018), circa il 15 per cento delle persone condannate per reati connessi al terrorismo jihadista in territorio europeo erano donne.

Il ruolo giocato dalle donne dell’Isis all’interno del califfato è ancora avvolto nel mistero. Secondo Europol, che ha recentemente pubblicato un dossier dal titolo “Le donne nella propaganda dello Stato islamico“,  le seguaci dell’organizzazione terroristica sarebbero “motivate ideologicamente tanto quanto le loro controparti maschili” e il loro coinvolgimento mirerebbe “a costruire uno Stato islamico”.

“Le donne sono motivate ideologicamente tanto quanto gli uomini, se non di più”, ha dichiarato Anne Speckhard, direttore dell’International Center for the Study of Violent Extremism (Icsve). “Svolgendo principalmente ruoli di supporto e poco attivi, all’interno di gruppi come Isis o Al-Qaeda, esse imparano l’ideologia e la diffondono, soprattutto tra i loro figli e le altre donne. Inoltre, sono molto attive nel reclutamento di nuovi seguaci su internet”.

Sarebbe proprio l’idealità dei gruppi jihadisti ad attrarre le donne, basata sulla percezione di essere vittime dell’Occidente. Secondo Speckhard, nella propaganda jihadista “i musulmani sono vittime di violenze e le donne sono particolarmente sensibili di fronte ad altre donne o bambini vittime di violenza”.

A differenza di quello che si sarebbe portati a pensare, tuttavia, le donne non hanno solo subito un processo di indottrinamento. Al contrario, molte di loro avrebbero già commesso attacchi terroristici o sarebbero intenzionate a farlo. “Ciò dimostra che le donne sono disposte a ricorrere alla violenza se l’ideologia glielo consente” – sottolinea Europol – “E se al momento non gli è stato ancora richiesto di agire, questo equilibrio potrebbe facilmente cambiare in base alle esigenze strategiche dell’organizzazione e agli sviluppi sul campo”.

Dall’educazione dei jihadisti agli attacchi suicidi

Come è ormai noto, l’Isis non è il primo gruppo jihadista ad attrarre seguaci donne; molti altri in passato – compreso Al-Qaeda – sono riusciti a cooptare numerose sostenitrici. La differenza sta nel fatto che l’Isis avrebbe ampliato il ruolo delle donne all’interno del califfato, introducendo così un elemento di innovazione.

Con le perdite subite negli ultimi anni, che hanno portato alla sua sconfitta territoriale, lo Stato islamico si è visto costretto a cambi di strategia e persino a modifiche nella struttura interna dell’organizzazione. La conseguenza – inaspettata per un’organizzazione come l’Isis, con una rigida gerarchia di genere – è stata proprio l’impiego di donne in ruoli operativi e di spionaggio.

La battaglia per la liberazione di Mosul (ottobre 2016) ha segnato in questo un nuovo spartiacque. L’organizzazione ha iniziato a rivolgersi alle donne, spingendole a ricoprire ruoli militari attivi nel conflitto. Un’innovazione radicale, rispetto agli anni in cui il califfato godeva di una certa stabilità e alle donne veniva richiesto “solo” di crescere la nuova generazione di jihadisti, secondo i principi dell’Islam radicale.

Secondo alcuni analisti, come David Ibsen – direttore esecutivo del Counter Extremism Project (Cep) –, le donne avrebbero assunto ruoli militari e di propaganda nello Stato islamico allo scopo di ottenere maggiori privilegi, sfuggendo alla brutalità e all’isolamento cui venivano sottoposte le altre donne. “All’interno del califfato, alle donne venivano negati i diritti umani di base. Anche bambine di 9 anni potevano subire abusi e violenze fisiche”, afferma Ibsen. Di conseguenza, “cooperando con l’Isis, le donne e le bambine potevano guadagnarsi una certa libertà di movimento e l’accesso ai servizi sanitari”.

Quale rischio per l’Europa?

Quello che è certo è che le donne sono diventate sempre più indispensabili all’Isis sia all’interno delle aree di conflitto sia in Occidente, quindi anche in Europa. Oggi, sembra che il loro ruolo spazi dalla ricostruzione del califfato, ad attività di propaganda, fino a incarichi attivi sul campo di battaglia.

Le donne straniere che hanno fatto parte del califfato in Siria e in Iraq hanno ora un ruolo significativo nel reclutamento di nuove seguaci, e più in generale, “complementare a quello degli uomini”. Secondo l’International Center for Counter Terrorism (Icct), esse sono divenute “parte integrante del jihadismo contemporaneo e il loro contributo non può essere considerato secondario rispetto a quello degli uomini”.

Non solo: secondo l’Europol e l’Icct, affidare alle donne ruoli di combattimento, in una struttura maschile e patriarcale, potrebbe provocare un senso di vergogna negli uomini, spingendoli a giocare al rialzo.

Se le donne hanno assunto un ruolo così importante per l’Isis, vale anche il contrario. “Le donne possono anche essere forze potenti nel contrastare il messaggio estremista dell’Isis e il processo di radicalizzazione. Molti uomini dell’Isis sono rimasti in contatto con le loro madri anche mentre vivevano nel califfato” – fa notare Speckhard – “Le madri e le sorelle potrebbero costituire una voce forte, capace di contrastare il coinvolgimento all’interno dei movimenti jihadisti”.





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