Donald Trump accusa l’Iran. Teheran parla di complotto ordito da chi vuole un’escalation mirtale nell’area. Il Giappone vede colpiti i suoi interessi, la Cina predica calma e chiede che non scoppi una guerra. Ma nel frattempo, è Vladimir Putin l’attore che (come già avvenuto in passato) può diventare fondamentale.
La Russia ha da subito mostrato una certa freddezza nell’approccio all’escalation del Golfo Persico. Putin sa che in Medio Oriente si gioca gran parte della sua strategia internazionale. E per questo motivo ha deciso di giocare una partita molto diplomatica, frutto di una scelta che è soprattutto legata al fatto che il Cremlino non ha un alleato unico a cui concedere il proprio appoggio. Ha sempre avuto come obiettivo quello di mostrarsi come mediatore fra le parti in causa. E in questo caso, gli interessi non sono affatto convergenti con un unico fronte dell’escalation. Da una parte ha l’Iran, partner fondamentale in Siria (che però rischia di essere diventato scomodo), nel campo energetico e soprattutto da un punto di vista strategico (dal Mar Caspio, al confronto con la Cina fino all’essenza di bastione anti-Usa). Dall’altro lato, Putin non può inimicarsi le monarchie arabe, visto che condivide con loro interessi enormi nel campo petrolifero e sa che da esse dipendono eventuali esplosioni dello jihadismo in diverse parti del mondo. E allo stesso tempo non può schierarsi apertamente con Teheran per evitare lo scontro con Israele, partner fondamentale del Cremlino, così come per escludere che questa crisi scateni una nuova tensione con gli Stati Uniti. Tensioni che si riverserebbero sulla Siria, ma anche in altre aree di conflitto dove lo scontro geopolitico è sempre più netto, dall’Africa al Medio Oriente. E che colpirebbero anche la Cina, che ha già fatto intendere di non volere una crisi nel Golfo perché da Hormuz passa gran parte del petrolio che importa, è chiaro che il dossier Oman è un vero e proprio rebus.
Da queste premesse, si capisce perché il gioco della Russia sia stato subito quello di evitare che dalla miccia esplodesse una bomba. Ma anche quello di fare in modo di ergersi quale mediatore in grado di decidere le sorti della crisi del Golfo. Per prima cosa, ha immediatamente invitato tutti gli attori coinvolti a “non saltare a conclusione affrettate”, invocando invece “indagini internazionali” su quanto accaduto. Una mossa che chiaramente piace a chi non vuole aumentare la tensione ma anche al governo di Teheran, tanto che Hassan Rohani, a margine del summit dl Gruppo di Shangai a Bishkek, ha incontrato Putin per un faccia a faccia chiedendo una cooperazione “più stretta” tra Iran e Russia. Come riportato da Sputnik, il leader iraniano ha continuato: “Vista la notevole pressione straniera e le sanzioni che vengono introdotte, la necessità di cooperazione tra gli Stati regionali, inclusi i nostri, diventa ogni giorno sempre più forte”. Una mossa che serve soprattutto a far capire che l’asse dell’Asia tra Mosca e Teheran è più forte che mai. Ma è che un messaggio interno rivolto ai Pasdaran, che molti considerano i potenziali mandanti di questi attacchi. Ipotesi da non scartare e che soprattutto serve a ricordare che i Guardiani della rivoluzione rappresentano un potere che non è sovrapponibile all’Iran e che questo implica anche una possibile convergenza tra i due governi su altri fronti per escludere proprio i pasdaran e il loro potere (in particolare in Siria).
L’asse rinsaldato con l’Iran non significa solo convergenza tra le due strategie. Innanzitutto, Putin non vuole che, come spesso accade in Medio Oriente, questa crisi comporti altre escalation in altre conflitti in cui Mosca è coinvolta. In primis in Siria, dove in questi giorni sono ripresi i bombardamenti su Idlib e dove sono dirette due navi militari classe Ropucha, che hanno attraversato il Bosforo proprio mentre avvenivano gli attacchi alle petroliere nel Golfo dell’Oman. Inoltre, secondo Al Masdar, la Russia avrebbe inviato due aerei da trasporto militare nella base di Hmeimim, un Il-76 e un An-124: le testimonianze del quotidiano libanese parlano di 14 voli tra la Russia e la base aerea siriana: segno che a Mosca stiano pensando di blindare Damasco. E nello stesso tempo, il fatto che sia stato annunciato un incontro trilaterale con Stati Uniti e Israele a Gerusalemme il 24 giugno implica che Mosca si incontri proprio con i due maggior rivali dell’Iran: niente può andare storto, specialmente con una crisi nel Golfo Persico.
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