E così, ancora una volta, Emmanuel Macron si scopre sovranista. E ancora una volta, la sfida Italia-Francia passa per il campo industriale, vero terreno di scontro fra le due potenze europee. La mancata fusione Fca-Renault, con il governo francese che ha posto il veto all’accordo con una serie di pretese nei confronti dell’eventuale nuovo consorzio. Il 15% di Parigi ha pesato eccome sulla scelta finale di Fca, che ha dovuto abbandonare il tavolo delle trattative per delle pretese che non potevano che essere ritenute irricevibili. Questa mattina, poche ore dopo l’annuncio del Lingotto, da parte francese c’è sta comunque la volontà di ricordare di essere pronti di nuovo a scendere a patti: ma l’idea è che ancora una volta abbiano pesato gli interessi nazionali e quelli politici. Interessi racchiusi in quella frase con cui Fca ha comunicato l’abbandono del progetto di matrimonio: “Mancano le condizioni politiche”.
Ma quali sono queste condizioni politiche? Di certo la volontà di Macron di scendere troppo a patti con l’Italia, in questo momento rappresentata dal governo che più di tutti sfida la leadership di Parigi all’interno dell’Unione europea e nel Mediterraneo e che sta provando a scalfire quell’Ue a trazione franco-tedesca che sembra aver deciso di emarginare proprio Roma. La mancata fusione Fca-Renault è infatti solo l’ultimo esempio di una lunga serie di smacchi che ha subito il sistema industriale italiano e che ha colpito i rapporti fra l’economia francese e quella italiana.
E se da parte italiana c’è sempre stata una certa predisposizione a scendere a patti con gli interlocutori francesi, da parte di Parigi sono arrivati tendenzialmente una serie di “no” a fusioni con Roma oppure delle mosse tese ad acquisire terreno nell’industria del nostro Paese a discapito della creazione di colossi di portata europea. Basti pensare all’affaire Saint-Nazaire, con il governo francese che ha fatto le barricate per evitare che Fincantieri acquisisse Chantiers de l’Atlantique. Una mossa che in questa testata avevamo definito non a caso “subdola”, in quanto per fare in modo che l’italiana Fincantieri non entrasse nei cantieri francesi, Parigi e Berlino chiesero addirittura all’Antitrust europeo di intervenire pur non essendoci il superamento di alcuna soglia che potesse far gridare al rischio per la concorrenza.
Quello sgarbo ha pesato eccome sui rapporti tra Italia e Francia. Ma è stato solo l’ennesimo segnale di un rapporto fra Macron ed Europa decisamente bipolare. L’Europa serve, l’Unione europea è importante, ma evidentemente solo se unidirezionale: solo se a guadagnarci è la Francia e solo se serve a sostenere la forza dell’asse franco-tedesco. Del resto lo ha dimostrato proprio lo stesso presidente francese quando ha fatto di tutto per creare un piano industriale condiviso con la Germania, la nascita di “campioni europei” dell’industria, la protesta contro la stessa Commissione per il veto alla fusione Siemens-Alstom, il Trattato di Aquisgrana, la volontà di costruire un polo industriale per le batterie e per le ferrovie che potesse competere contro i giganti americani e asiatici. In tutti questi casi, l’Europa era importante, così come lo è stata durante le elezioni europee, in cui l’Eliseo si è autoproclamato a leader dell’europeismo, o quando ha detto più volte che serviva maggiore sinergia fra gli Stati per affrontare le sfide del nostro tempo. A cominciare anche dalla Difesa del’Unione europea, in cui Parigi si è sempre mossa con favore ma solo perché desiderosa di esserne al comando.
A questo europeismo totalmente di facciata ma esaltato dai media mainstream e da larga parte dei politici nostrani e del mondo progressista, si è poi contrapposta un’altra realtà: quella del Macron eminentemente francese e interessato solo a rafforzare l’asse franco-tedesco. Mentre Macron parlava di Europa, colpiva gli interessi economici italiani con acquisizioni e regole europee. Mentre parlava di Unione europea, lo stesso leader francese si è impegnato attivamente a fare in modo che fosse lui (in condominio con Angela Merkel) a decidere il futuro di Bruxelles e spartirsi le poltrone. E quando tuonava di strategie comuni e una sola voce in campo internazionale, ecco che Macron metteva i bastoni fra le ruote all’Italia in Libia, puntava i piedi sulla condanna ad Haftar e siglava accordi con la Cina mentre parlava di Italia come cavallo di Troia di Pechino. Un bipolarismo che i difensori dell’Eliseo dovrebbero ben tenere a mente quando si tratta di sostenere le mosse di Parigi: perché Macron, a quanto pare, non ha alcun interesse a dimostrarsi benevola.
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